icona_youtubefacebook

4.3 Bosnia-Erzegovina

M.S. (insegnante di scuola primaria a Mostar) ha accettato di rispondere ad alcune domande che mirano ad approfondire problematiche della scuola in Bosnia-Erzegovina. L'intervista è stata fatta (a Mostar, il 17 novembre 2013) e tradotta da Maja Husejic dell'Associazione Trentino con i Balcani. All'intervista segue una breve descrizione del sistema scolastico della Bosnia-Erzegovina.


M.H. Cosa è stata la scuola prima del conflitto degli anni Novanta e cos'è oggi?

M. S. Ho iniziato la mia carriera di insegnante delle scuole primarie nel 1985; insegnavo agli alunni dalla prima alla quarta classe prevalentemente nelle zone rurali della Provincia di Mostar. Lo stato di allora, la Jugoslavia, investiva molto nell'alfabetizzazione della popolazione, sebbene le differenze tra le condizioni delle scuole cittadine e di quelle rurali restassero rilevanti. Del resto, gli stessi alunni si trovavano a vivere in condizioni molto diverse: quelli delle zone rurali solitamente oltre alla scuola dell'obbligo davano sempre una mano a svolgere i lavori in campagna e spesso erano costretti a camminare per diversi chilometri a piedi per raggiungere la scuola e d'inverno accadeva che qualcuno di loro appena arrivato in aula al caldo, si assopisse sul banco di scuola. Eppure si trattava di ragazzi molto svegli, desiderosi di imparare; era un sistema, quello della Jugoslavia, dove era possibile che anche il figlio dei contadini più poveri, se bravo a scuola, usufruisse dell'alta istruzione diventando dottore o ingegnere. Era lo stato che premiava i più meritevoli e l'istruzione era gratuita. Oggi mi sento di dire che la più grande differenza nella scuola del prima e del dopo guerra stia proprio lì: oggi quelli che hanno denaro e sono una elite di minoranza, godono dell'accesso all'alta istruzione a discapito del merito e del talento. Un'altra differenza sostanziale è che una volta nelle scuole si trasmettevano i valori della "fratellanza e unità" tra le diverse comunità nazionali che era un po' il pilastro dello stato socialista della Jugoslavia. Oggi le scuole si trovano in una situazione tale che, a parte alcune città come Tuzla e Sarajevo, le classi sono pressoché omogenee dal punto di vista etnico. Invece, il periodo del conflitto – ci sarebbe da scrivere un intero libro, ma preferirei riuscire a non ricordare più – è stato un periodo drammatico delle nostre esistenze, per i bambini in particolare, costretti come erano a dover fare i conti con una realtà fatta di sfollamenti, violenze, crudeltà, fame e bombardamenti. Dopo il primo anno di sospensione della scuola, quando ci rendemmo conto che la guerra non sarebbe finita così presto e nemmeno l'assedio (nel 1992 vivevo e insegnavo a Sarajevo), iniziammo ad organizzarci e a garantire un minimo di istruzione negli scantinati e nei rifugi. Bisognava lottare per ridare alla vita una parvenza di normalità, per restituire dignità e rivendicare l'importanza della cultura, delle scienze, dell'arte contro la barbarie e la distruzione che ci venivano inflitte. Gli insegnanti lavoravano gratis e con pochi materiali didattici. Purtroppo sulla strada persero la vita insegnati e alunni, uccisi dai cecchini o da una granata sparata nel cortile.

M.H. Quali sono i punti di forza e di debolezza del sistema scolastico della Bosnia-Erzegovina?

M.S. Oggi insegno a Mostar e dintorni nelle prime classi elementari. Il nostro sistema d'istruzione ha preso a modello quello di alcuni stati UE e anche da noi la scuola inizia all'età di sei anni. Il ruolo della scuola resta quello di educare e istruire i fanciulli, promuovere i valori europei di convivenza e pace, trasmettere il sapere; e noi come insegnanti ci sforziamo di garantire ciò, ma incontriamo enormi barriere a causa del sistema che è stato imposto al nostro Stato dagli Accordi di Dayton e poi messo in pratica da coloro che appoggiano la separazione e l'apartheid. Vi faccio un unico esempio concreto per facilitarvi la comprensione dell'assurdo: in una scuola della municipalità di Stolac, dove da qualche mese faccio supplenze, si presenta la situazione per la quale ormai siamo diventati tristemente famosi nel mondo, cioè "due scuole sotto lo stesso tetto": per rendere reale la separazione è stato fatto un divisorio del cortile interno della scuola, e per creare una seconda entrata, essa è stata fatta di modo che si acceda direttamente nell'unica aula messa a disposizione per quella che è la minoranza comunitaria a scuola, in questo caso musulmana. E come se non bastasse e per ribadire la supremazia di uno sull'altro, all'ingresso di questa aula è stato apposta una croce di cinque metri e un monumento ai soldati croati caduti nell'ultima guerra. Questi simboli ad esempio non li troviamo all'ingresso principale, dove ad esempio si potrebbe anche comprendere il perché della presenza di una croce essendo la maggioranza dei frequentanti croati cattolici, sebbene a mio avviso la scuola dovrebbe essere uno spazio laico dove i simboli religiosi non dovrebbero essere esposti, a maggior ragione se usati, come in questo caso, per accentuare la differenza e il conflitto e non certo per trasmettere messaggi di pace. Per non parlare del fatto che gli insegnanti della componente minoritaria non hanno altri spazi a disposizione. Ho fatto questo esempio con cui sono costretto a scontrarmi... La cosa positiva è che, nonostante un sistema che vada contro, ci sono molti esempi di collaborazione grazie agli insegnanti e alle attività extra curriculari che pongono i ragazzi in condizione di conoscersi e frequentarsi e avvicinarsi per affinità e interessi comuni e non per mera appartenenza etnica. É così bello vedere la spontaneità con cui le relazioni e le amicizie nascono in queste occasioni, seppure in me proporzionalmente crescono l'amarezza e il rammarico per uno stato di cose che invece di promuovere questi valori li contrasta. Perché credo che la pace vada coltivata; bisogna educare le giovani generazioni alla pace perché poi la facciano e la pratichino, è l'unico modo in cui vedo una possibilità di contrastare i conflitti nel futuro, partendo dal basso.

M.H. Quali cambiamenti intrevedi per migliorare il sistema scolastico?

M.S. La tensione qui è continua tra la rivendicazione del diritto alla propria identità e il dovere di promuovere la convivenza e garantire i diritti anche alle comunità nazionali in minoranza su questo o quell'altro territorio. Altrettanto, la tensione persiste tra le visioni ultranazionaliste e quelle riformatrici e laiche, in ogni aspetto della vita, istruzione compresa. Bisogna essere noi per primi il cambiamento che si vuole vedere nel mondo; ma, dopo anni di sforzi e di speranza, oggi nell'anno scolastico 2013-2014, ammetto che sento molta stanchezza e delusione per uno stato di cose che non cambia a livello sistemico, anzi spesso contrasta il cambiamento che nasce dal basso. Il nostro paese continua a sperare di entrare a fare parte della grande famiglia europea (EU ndt), ma dobbiamo nel frattempo seguire le linee guida che ci vengono indicate, e il superamento dell'apartheid è una delle priorità sia dal punto di vista legislativo che morale ed etico per la società bosniaca ed erzegovese e per il futuro dei nostri figli.

 

Il sistema scolastico della Bosnia-Erzegovina


La Bosnia-Erzegovina è uno stato relativamente recente (per maggiori dettagli storici, consulta l'Atlante qui); è nato nel 1992 ed è composto di due entità politico-amministrative:

                          • la Federazione di Bosnia-Erzegovina (detta anche Federazione Croato-Musulmana di Bosnia): composta di 10 cantoni; alcuni cantoni sono a maggioranza croata e altri a maggioranza bosgnacca, ma c'è anche la città di Tuzla che rappresenta un significativo esempio di città multiculturale dove continuano a vivere insieme croati, serbi, bosniaci e bosgnacchi;
                          • la Repubblica di Srpska (cioè la Repubblica Serba che non va confusa con la Repubblica di Serbia) che rappresenta l'entità serba del Paese e occupa poco meno della metà del territorio della Bosnia-Erzegovina, a maggioranza serba.

Il Paese vanta inoltre il distretto di Brčko, un'unità amministrativa autonoma sotto la sovranità della Bosnia-Erzegovina, creato nel 2000, a maggioranza bosgnacca (cioè musulmani bosniaci).

L'attuale assetto amministrativo e culturale del territorio di Bosnia-Erzegovina è la conseguenza degli accordi di Dayton (1995) che hanno messo fine al conflitto degli anni Novanta e ridisegnato la geografia del nuovo paese (vedi la carta qui).

In questo contesto storico e politico, il sistema scolastico ha giocato – e continua a farlo – un ruolo strategico. Se a livello internazionale, il Consiglio d'Europa, l'OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) e le Nazioni Unite hanno puntato su politiche ed azioni volte ad unificare, a creare i presupposti per la convivenza, dall'altro, a livello nazionale, è prevalsa la logica del mantenimento delle differenze e delle specificità culturali, con l'esito di continuare a separare più che a unire.

Infatti, in Bosnia-Erzegovina, ogni entità politico-amministrativa si fa promotrice di un differente sistema scolastico; tre sono i principali sistemi ognuno dei quali è legato ad una particolare realtà culturale e linguistica: croata, serba, bosgnacca.

L'istruzione elementare è gratuita e costituita da un unico ciclo di nove anni che inizia all'età di 6 anni e si conclude a 15. L'istruzione secondaria, invece, ha una durata di quattro anni.

I dati nazionali relativi al 2011 comunicano la presenza di 500.000 bambini e ragazzi sui banchi di scuola su una popolazione totale stimata di poco meno di 4 milioni e un tasso di iscrizione alla scuola primaria dell'85% (fonte: UNESCO).

La legge quadro sulla scuola primaria e secondaria del 2003 prevede un curricolo scolastico comune a tutti che costituisce il 70% del programma didattico, mentre il restante 30% viene stabilito a livello locale ed è rappresentato da materie come storia, geografia, lingue e letteratura che hanno come obiettivo la conservazione delle identità culturali e il mantenimento della separazione. Queste materie ed in particolare la storia vengono presentante secondo la versione croata o serba o bosgnacca, in un'unica prospettiva, ammettendo un solo punto di vista nel quale "l'altro" è sempre il colpevole o il perdente.

La separazione viene anche coltivata attraverso l'organizzazione degli edifici e la ripartizione delle aule, la programmazione didattica e l'editoria scolastica. In particolare, la manualistica di storia, ma anche di geografia, presenta a seconda del committente, differenti versioni e rappresentazioni di chi sono i vinti e chi i vincitori. Queste caratteristiche fanno dei libri di testo dei veicoli per il rafforzamento dell'identità e per la chiusura autarchica della cultura e delle relazioni sociali, nonché dei diffusori di visioni parziali e di interpretazioni dei fatti in chiave nazionalista (leggi l'articolo qui).

Il risultato finale di questa etnicizzazione dei curricola e dei testi è la formazione di contesti scolastici etnicamente omogenei; laddove eterogenei, è la ripartizione delle classi che provvede alla separazione tra gruppi di differenti culture (leggi l'articolo qui). Nei cantoni bosgnacco-croati, ad esempio, queste esperienze miste sono cinquanta e sono l'esito del programma "Due scuole sotto un tetto" (dvije škole pod jednim krovom) (leggi l'articolo qui). Questa soluzione da separati in casa è stata condannata dal Consiglio d'Europa, dall'OSCE e dalle Nazioni Unite, nonché dal tribunale di Mostar che nel 2012 ha stabilito che la segregazione scolastica rappresenta una violazione della legge sul divieto di discriminazione (leggi l'articolo qui).

Anche nel distretto di Brčko è prassi dividere le classi: nelle ore di materie "nazionali" gli alunni vengono separati in croati, serbi e bosgnacchi; nonostante la divisione, l'esperienza si vanta del carattere multiculturale che la anima, ma non tiene conto del fatto che la presenza nello stesso edificio non è condizione sufficiente per poter parlare di inclusione.

Questa ripartizione delle classi e dei programmi viola la legge del 2003, legge quadro sulla scuola primaria e secondaria, che la definisce invece come il luogo dell'apprendimento dei valori e dei diritti universali al fine di decostruire la segregazione e l'isolamento.

I tentativi di incontro ci sono stati e ci sono, ma il cammino verso l'unitarietà è ancora lontano; molti sforzi che vanno in questa direzione sembrano passare sotto il silenzio di comunità sempre più abituate a crescere all'interno di un sistema tricefalo nel quale, però, la perdita è triplice: culturale, linguistica e sociale. Il rischio è quello di costruire una società divisa, in cui si esce da scuola senza conoscere l'altro, o conoscendolo attraverso categorie che lo stigmatizzano come il nemico o l'aggressore.

Oltre a ciò, ma non meno importante c'è il progressivo e apparentemente inarrestabile degrado qualitativo dell'intero sistema educativo legato alla scarsità di risorse e alla sua politicizzazione che si traduce nell'attribuzione dei posti di lavoro dei dirigenti e conseguentemente delle scelte che questi ultimi fanno nell'assunzione degli insegnanti. Il degrado della scuola pubblica trova come diretta conseguenza il rafforzamento di quella privata, di matrice cattolica o musulmana, sempre più finanziata dall'estero e finalizzata alla formazione del "buon cattolico" o del "buon musulmano".

La sentenza di Mostar sopra citata ricorda che la scuola, in particolare quella pubblica, è la principale sede educativa dove si apprendono i principi della convivenza e della condivisione, il luogo di formazione di una "cultura nazionale che non scada nel nazionalismo e che non sia altro che lo specchio della società bosniaca tutta".