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3.1. Armi e spese militari

Cosa sono le spese militari? Sono fondi che lo Stato – ogni Stato che decida di farlo – eroga per mantenere le forze armate (esercito, marina, aviazione, ecc.) cioè la “spesa per il personale”, per l’addestramento e l’attività delle medesime (spesa di esercizio), per progettare e acquisire nuovi sistemi militari (spesa di investimento), per finanziare il settore delle armi. Queste spese danno vita ad un mercato militare mondiale all’interno del quale il commercio di armi, a livello globale, occupa solo una piccola parte, circa il 3-4%.

In generale, i tre maggiori capitoli di spesa per uno stato sono la sanità, l’istruzione e la difesa. Ci sono Stati che investono buona parte delle loro entrate nella difesa, ma anche alcuni altri che hanno deciso di sopprimere questa voce di spesa come la Cosa Rica che ha smantellato il suo esercito nel 1948, dopo una guerra civile.

Il SIPRI, cioè l’Istituto internazionale di ricerca per la pace (Stockholm International Peace Reasearch Institute) di Stoccolma e l’IISS, l’Istituto internazionale per gli studi strategici (International Istitute for Strategic Studies) nato a Londra, ma con sedi in altre città del pianeta, sono attualmente le fonti più accreditate di dati sulle spese militari e il commercio di armi.

I dati del Rapporto SIPRI del 2015, riferiti alle spese del 2014, indicano che l’Italia è al 12° posto nel mondo per la spesa militare: si spendono 80 milioni di euro al giorno (per l’intero 2014 la spesa è stata di 29,2 miliardi di euro). Su pressione della NATO, organizzazione internazionale per la collaborazione nel settore della difesa, dal 2014 questa spesa è in aumento; l’obiettivo è che i 28 Paesi membri (tra cui l’Italia) incrementino i finanziamenti per la sicurezza, la difesa e la lotta contro il terrorismo globale.

I quindici Paesi che spendono di più per il settore militare sono gli Stati Uniti (al primo posto con una spesa di oltre 600 miliardi di dollari all’anno che corrispondono a circa la metà della spesa mondiale), la Cina, la Russia, l’Arabia Saudita, la Francia, la Gran Bretagna, l’India, la Germania, il Giappone, la Corea del sud, il Brasile, l’Italia, l’Australia, gli Emirati Arabi Uniti, la Turchia. La spesa di questi paesi rappresenta l’80% della spesa militare mondiale. Al riguardo va notato il ruolo dei paesi dell’Unione Europea: anche solo considerando le spese militari dei quattro maggiori paesi (Regno Unito, Francia, Germania e Italia) nell’insieme ammontano a quasi 180 milioni di dollari che costituiscono la seconda spesa militare mondiale.

Si spendono 4,9 miliardi al giorno per le armi e il settore militare. Essendo dati stimati, potrebbero (con una buona probabilità) essere in difetto. Sono fondi che, pur destinati alla difesa militare, in molti casi hanno contribuito a sostenere i conflitti e che sottraggono risorse vitali per altre spese come la lotta contro la povertà e lo sviluppo sostenibile.

 

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Nel tempo sono cambiate le guerre (vedi focus 2.1) e con esse anche le armi utilizzate. L’evoluzione è andata nella direzione di una sempre maggiore ferocia, presunta precisione ed alti standard tecnologici. Per perseguire una maggiore esattezza finalizzata a risparmiare sangue alle persone, sono state progettate le guerre con i droni o unmanned aerial vehicle (UAV), velivoli armati pilotati a distanza “senza volto”, fiore all’occhiello della guerra “chirurgica” high tech combattuta oggi dagli Stati Uniti. I droni dovevano limitare le vittime e “mirare” ai nemici, in particolare i terroristi di al-Qaeda; sono stati utilizzati lungo il confine tra Pakistan e Afganistan, non riuscendo però a risparmiare sangue alle persone e hanno rivelato tutta la loro inefficacia. I droni però non sono una novità del settore bellico: aerei senza pilota erano già stati utilizzati negli anni ’80 del Novecento da Israele; oggi moltissimi paesi ne possiedono ed utilizzano tecnologie sempre più sofisticate. Le industrie israeliane come la Elbit Systems e la Israel Aerospace Industries sono tra i principali produttori di droni e vincono la concorrenza statunitense sui mercati dell’America meridionale; i principali acquirenti sono Colombia, Venezuela, Brasile, Ecuador, Perù e Cile dove i droni sono impiegati per monitorare i confini e gli spostamenti dei narcotrafficanti (per approfondire leggi qui). 

La complessità del commercio delle armi ci pone dinnanzi un sistema tripartito, ma ugualmente intrecciato, in cui le operazioni finanziarie per la produzione, il commercio e il trasferimento di armi possono avvenire in tre contesti differenti:

  • un contesto autorizzato da organismi preposti, ad esempio i governi degli Stati; le attività che si svolgono in questo contesto, pur essendo legali ed autorizzate, sono al centro dell’attenzione di numerose associazioni e campagne della società civile per i disarmo (vedi focus 3.2) in quanto i finanziamenti all’industria bellica sono spesso poco trasparenti perché vincolati a segretezza; il commercio “legale” delle armi è tale solo perché autorizzato dai singoli Stati. Permane però un problema: il 24 dicembre del 2014 è entrato in vigore il Trattato internazionale sul commercio di armi (Arms Trade Treaty), il cui scopo principale è quello di istituire norme comuni e rigorose per regolamentare o migliorare il commercio internazionale di armi convenzionali, prevenirne ed eliminarne il commercio illecito, nonché frenare il dirottamento di queste armi, ma i principali paesi produttori di armi, cioè Russia, Cina, India, Pakistan non lo hanno firmato, mentre Stati Uniti, Israele e Ucraina non lo hanno ratificato;
  • un contesto non autorizzato, quindi illegale ed illecito, in cui si fa “traffico e contrabbando di armi”: si tratta di trasferimenti di armamenti verso paesi o gruppi armati nei cui confronti è in vigore un embargo di armi stabilito dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite o in violazione delle normative nazionali (l’Iran è un paese sul quale vige un embargo sulle armi; l’accordo sul nucleare del luglio 2015 ha rimosso l’embargo economico imposto negli anni ’80 del Novecento, ma non quello sulle armi per almeno altri cinque anni); alcuni embarghi dell’Onu sono stati violati con non poche responsabilità da parte dei Governi.
  • una “zona grigia” in cui alcune fasi si svolgono in un contesto lecito, altre nell’illecito, in uno spazio che viola tutte le normative; questa zona grigia” sembra allargarsi sempre più.

Questa tripartizione si applica sia al commercio delle armi convenzionali, sia a quello delle armi non convenzionali come le armi batteriologiche o nucleari (per continuare l’approfondimento si veda la Guida Unimondo “Finanza e armi” di Giorgio Beretta).

Essendo un campo delicato, facilmente sfuggente ai meccanismi di controllo, ben ramificato in cui sempre più sfuggevoli sono le relazioni tra industria bellica, istituti bancari e finanziari e governi, il commercio delle armi e le spese militari devono essere costantemente monitorate da più punti d’osservazione, con una grande responsabilità della società (focus 3.1). Se da un lato le continue mobilitazioni e campagne in favore di un trattato internazionale sul commercio di armamenti hanno avuto un certo grado di successo, visto che il Trattato è entrato in vigore alla fine dell’anno 2014, dall’altro lato, si tratta ora di spingere perché venga firmato e ratificato da tutti i Paesi coinvolti, e perché banche e istituti di credito adottino misure trasparenti in materia di finanziamento del mercato delle armi.