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3.1. Disarmo
La guerra che verrà non è la prima.
Prima ci sono state altre guerre.
Alla fine dell’ultima c’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente faceva la fame.
Fra i vincitori faceva la fame la povera gente egualmente.
Bertolt Brecht
(tratto dal sito opalbrescia.org/)
Disarmare significa letteralmente “togliere le armi”. Il disarmo è pertanto un processo attraverso il quale arrivare a “privare delle armi” chi le armi le detiene, le possiede, le usa. Poiché il possesso implica l’eventuale uso, il disarmo ha un evidente legame con la costruzione della pace (vedi focus 2.2 sulla pace e il diritto alla pace). Sono i movimenti pacifisti e nonviolenti ad aver lanciato questa sfida. Parlare di disarmo potrebbe richiamare alla mente le campagne contro il nucleare. La prima campagna per il disarmo nucleare nasce alla fine degli anni ‘50 del Novecento in Gran Bretagna sostenuta dai movimenti pacifisti di tutto il mondo, gli stessi che nei successivi due decenni si sono schierati contro la guerra in Vietnam. Per approfondire la questione del disarmo nucleare e dei legami con i movimenti pacifisti si veda la Guida Unimondo “Disarmo nucleare” di Elvira Corona. In Italia, invece, bisognerà attendere gli anni ’80. Precisamente nel 1981, è partita una mobilitazione della società contro la scelta del governo di destinare l’aeroporto di Comiso (in provincia di Ragusa) a base missilistica della NATO (organizzazione internazionale per la collaborazione nel settore della difesa), con lo scopo di ospitare i missili nucleari durante la guerra fredda. Tra le iniziative di mobilitazione ci sono state la terza marcia Perugia-Assisi (vedi box lato pagina “Marcia Perugia-Assisi”) il cui slogan è stato “Contro la guerra: a ognuno di fare qualcosa” e la manifestazione di Roma. Uno degli esiti interessanti di questa mobilitazione è stata la “denuclearizzazione” di alcuni Comuni virtuosi, particolarmente sensibili alla tematica; sotto l’insegna topografica, si trova ancora la scritta “Comune denuclearizzato”. Si tratta di un Comune che ha dichiarato il suo impegno ad escludere dal suo territorio di competenza la costruzione di centrali nucleare, l’effettuazione di prove o esplosioni nucleari, il passaggio di armi nucleari e scorie radiottive.
Alla scala internazionale, il disarmo nucleare passa attraverso la campagna “ICAN” per la messa al bando delle armi nucleari e l’Iniziativa Umanitaria sottoscritta da 124 Governi nell’ottobre 2013 (quello italiano non figura tra questi). In Italia, la Rete Italiana per il Disarmo e i Beati i Costruttori di Pace hanno lanciato, in occasione della “Settimana per il disarmo” (24-30 ottobre 2015), una campagna di 3 firme per 3 richieste rivolte al Presidente della Repubblica e al Primo Ministro. La campagna si inserisce nelle riflessioni sul settantesimo anniversario dello sgancio delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki (per approfondimenti, si veda il documento Ricordiamoci della nostra umanità). Tutt’oggi, la mobilitazione di massa per il disarmo si concentra prevalentemente sul settore nucleare, relativo cioè ad armi non convenzionali, trascurando spesso il settore delle armi convenzionali o riservandogli scarsa attenzione pur essendo quello che interessa una grande quantità di attori e un enorme giro d’affari (vedi focus 3.1sulle spese militari). Su quest’ultimo punto, cioè sulla questione delle armi convenzionali, la mobilitazione ha approcci diversi e complementari. Da un lato c’è chi, come i gruppi nonviolenti, chiede una totale abolizione delle armi. Dall’altro c’è chi chiede invece un maggiore controllo e una più rigida regolamentazione sul commercio internazionale delle armi. Questo significa cominciare, innanzitutto, con la ratifica del Trattato sul commercio delle armi (ATT) e con l’applicazione rigorosa delle regole che l’Unione Europea si è data fin dal 1998 attraverso il Codice di condotta e dal 2008 attraverso la Posizione comune sulle esportazioni di sistemi militari. La Posizione Comune dell’UE intende “impedire l’esportazione di tecnologia e attrezzature militari che possano essere utilizzate per la repressione interna o l’aggressione internazionale o contribuire all’instabilità regionale” (per approfondimenti si veda il testo della Posizione Comune, in .pdf). Pur con intenti interessanti, la Posizione però non è una direttiva; pertanto non è né vincolante né ha capacità di sanzionare chi la viola. La Rete italiana per il disarmo e l’OPAL (Osservatorio permanente sulle armi leggere e politiche di sicurezza e difesa) di Brescia, membro della Rete che monitora scientificamente normative ed azioni degli Stati, in particolare dell’Italia, sono attori che puntano al controllo del rispetto delle regole sulle armi leggere e di piccolo calibro al fine di realizzare una ristrutturazione sostenibile dell’industria militare. Giorgio Beretta, analista dell’OPAL e membro di Rete disarmo, sostiene che le priorità siano tre:
La questione del disarmo resta complessa e strategica perché è il presupposto della costruzione del diritto alla pace. É sulla questione del disarmo che gli Stati, in particolare i più potenti a livello internazionale, non hanno trovato un consenso, contribuendo alla non approvazione della Dichiarazione sul diritto alla pace (vedi la prima bozza della dichiarazione .in pdf, in italiano) commissionata dal Consiglio per i diritti umani dell’ONU (vedi focus 2.2 sul diritto alla pace). Si tratta, inoltre, di una questione non così conosciuta a livello sociale. Portata avanti da movimenti minoritari, talvolta marginalizzati dai poteri statali forti, la campagna per il disarmo (sia esso non convenzionale o convenzionale) non ha mai ottenuto ampia diffusione e larga base di consenso e consapevolezza. La questione resta ancora in mano ad una manciata di analisti e di gruppi militanti ed attivisti. Mentre, in generale, il rifiuto della guerra e la costruzione di una cultura di pace conquistano – fin dagli anni ‘80 del Novecento con la questione degli euromissili USA e successivamente, negli anni ‘90 con i conflitti nei Balcani – una larga base di consenso. Ai movimenti pacifisti, infatti si uniscono alla causa i movimenti delle donne, i movimenti ecologisti, i movimenti per la difesa dei diritti umani, i movimenti per l’obiezione di coscienza. In questo allargamento della base può essere iscritto anche il lancio, nel 2000, in concomitanza con il grande Giubileo di Roma, della campagna contro le banche armate (cioè contro le banche che sostengono la produzione e il commercio degli armamenti) da parte di tre riviste di estrazione cattolica, Missione Oggi, Mosaico di Pace e Nigrizia. Oggi, dopo quindici anni, le banche, alle quali erano rivolte le richieste della campagna, hanno risposto in modi differenti:
Il percorso verso il disarmo resta ancora in molta parte da compiere; le banche, anche quelle più virtuose, sono comunque da tenere sotto controllo; le spese militari degli stati sono da monitorare costantemente (vedi focus 3.1 sulle spese militari). Infine, il ruolo delle scelte individuali e collettive è sempre più fondamentale perché come ribadito da Giovanni Paolo II nel 2001 “[…] non è sufficiente limitarsi ad iniziative straordinarie. L'impegno per la giustizia richiede un autentico cambiamento dello stile di vita, soprattutto nelle società del benessere […]”. |
Leggere, vedere, ascoltare
Spunti per approfondire il tema "armi e disarmo" adatti alle diverse fasce d'età
Marcia Perugia-Assisi
Avviata nel 1961 da Aldo Capitini, l’ultima e XXI edizione della marcia della pace si è svolta il 19 ottobre 2014. È la marcia del movimento pacifista italiano dove si porta alto il vessillo della bandiera della pace e dove si marcia in nome della pace e della fratellanza dei popoli.

Lisa Clark dei Beati costruttori di pace e dell’International Peace Bureau racconta la nascita della “bandiera della pace” (guarda il video qui)