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5.1 Storia recente di un lungo cammino

La storia della "scuola italiana" ha avuto inizio nel 1860, data dell'Unità d'Italia, ma furono lo statuto albertino del 1848 e la legge Boncompagni dello stesso anno i primi documenti ad occuparsi di istruzione.

Al 1859 risaliva la legge Casati che rendeva obbligatori due anni su quattro ed introduceva la gratuità della scuola elementare. L'universalità, invece, restava un obiettivo da realizzare. La distinzione tra maschi e femmine era molto netta: le bambine e ragazze dovevano essere educate al ruolo di madri e di mogli e si riteneva che non avessero bisogno di essere istruite: ciò portava ad un'offerta scolastica diversificata da quella destinata ai maschi, e generalmente più povera.

Questa legge restò un punto di riferimento per gli ordinamenti della scuola almeno fino alla famosa riforma Gentile del 1923 (focalizzata però principalmente sulla scuola superiore, centrata sui licei e sulla forte distinzione tra gli ordini scolastici perpetuatasi fino ad oggi).

Nel 1877, l'obbligo scolastico venne esteso a tre anni dalla legge Coppino, nome del Ministro dell'Istruzione che l'aveva varata : oltre all'estensione dell'obbligo, introduceva delle sanzioni per le famiglie che lo disattendevano, portava la scuola elementare a cinque anni (che saranno resi tutti obbligatori nel 1904) e la rendeva gratuita, introduceva lo "studio delle prime nozioni dei diritti dell'uomo e del cittadino e toglieva l'obbligo dell'insegnamento della religione (per approfondimenti sull'obbligo scolastico vedi qui; per una cronologia sintetica dell'obbligo scolastico vedi qui).

La scuola primaria italiana è quindi, da oltre un secolo, obbligatoria e gratuita.

Ancora oggi però, malgrado le numerose riforme e rimaneggiamenti degli ordinamenti scolastici avvenuti in questi decenni e finalizzati a migliorarne la qualità, si trova a fronteggiare non poche difficoltà: dalla lentezza delle istituzioni di interpretare e tradurre i cambiamenti alla vetustà delle strutture, dalla crisi dei modelli pedagogici e culturali all'elevato numero di abbandoni e di insuccessi scolastici.

Queste problematiche non sembrano tanto diverse da quelle che nel 1967 venivano messe in luce nella Lettera ad un professoressa dalla scuola di Barbiana (in provincia di Firenze). Il contesto nel quale venne scritta la Lettera era quello della scuola pubblica che alla fine degli anni cinquanta diventava scuola di massa e si trovava a gestire quel cambiamento epocale fatto di slancio economico e di incremento demografico – l'Italia si stava lasciando alle spalle le ceneri del secondo dopo guerra – che le istituzioni faticavano a gestire nei tempi e nei modi in cui avrebbero dovuto. Improvvisamente e per tante persone, andare a scuola significava emanciparsi dalla miseria e raggiungere una migliore posizione sociale; ma la scuola, soprattutto la scuola media – oggi secondaria di primo grado – era concepita ed organizzata per pochi e non riusciva a reggere l'urto dei numeri e delle differenze socio-culturali tanto che il modo che aveva per difendersi era selezionare, quindi bocciare. Solo i ricchi ce la facevano, ai poveri restavano soli i brutti voti.

A Barbiana, "sul fianco nord del monte Giovi, 470 metri sul mare. [...] non è nemmeno un villaggio, è una chiesa e le case sono sparse tra i boschi e i campi" (tratto da Scuola di Barbiana, Lettera ai ragazzi di Vho di Piadena), un prete, Lorenzo Milani provò ad assumersi l'onere del cambiamento offrendo un modello di scuola alternativo che potesse incontrare le peculiarità di chi non era nato nell'agio e nella cultura (vedi paragrafo 5.2 di questo dossier). Un altro grande maestro della scuola italiana, Mario Lodi (1922), sosteneva che solo lavorando in situazioni particolarmente marginali si potevano sviluppare i germi del rinnovamento. Insieme a Mario Lodi si possono citare altre figure significative del mondo della scuola italiana come Bruno Ciari, Alfredo Giunti, Alberto Manzi conduttore della trasmissione televisiva Non è mai troppo tardi, messa in onda fra il 1959 ed il 1968, un programma fatto di lezioni didattiche per insegnare a leggere e a scrivere agli italiani adulti che per superata età non potevano più andare a scuola (ascolta Alberto Manzi, tratto da una puntata di Rai Educational del 20/08/2010 "TV buona maestra. La lezione di Alberto Manzi").

Gli anni sessanta e settanta rappresentarono un periodo di fioritura delle iniziative di cambiamento che fu centrale per la comprensione dell'attuale scuola italiana.

Tra le innovazioni nate dalla primavera di quegli anni c'era il tempo pieno, istituito con la legge 820 del 1971: l'obiettivo era di elevare la qualità dell'istruzione per tutti attraverso l'innovazione didattica e rendere ogni momento vissuto a scuola, dalla ricreazione alla mensa, un momento educativo al pari del tempo dedicato all'apprendimento.

A metà degli anni '70 venne anche formalizzata la partecipazione all'interno del progetto educativo di genitori, amministratori, forze sociali attraverso la costituzione degli organi collegiali: la scuola si aprì ai non addetti ai lavori che diventarono corresponsabili nelle scelte che la riguardavano. Si affermà, inoltre, l'idea della necessaria formazione continua degli insegnanti che richiedevano autonomia professionale e sempre maggiore consapevolezza del loro ruolo professionale.

Nel 1977, la legge 517 prevedeva l'integrazione degli alunni con disabilità all'interno delle classi. Con questa legge l'Italia inaugurava ufficialmente la difficile strada dell'integrazione e dell'accoglienza che significava un cambiamento nella cultura pedagogica e, di conseguenza nell'organizzazione didattica (vedi paragrafo 5.5 di questo dossier).

Nel 1979 furono definiti i nuovi programmi per la scuola media – che ebbero una forte impronta curricolare – e nel 1985 quelli per la scuola elementare. In particolare, questi ultimi diedero il segno della volontà di cambiamento: la scuola elementare non era più solo il luogo dell'alfabetizzazione strumentale (imparare a leggere, scrivere e contare), ma culturale in cui le discipline venivano studiate attraverso l'esperienza e rappresentavano strumenti per la comprensione del mondo.

Nel 1990, la legge 148 modificò l'ordinamento della scuola elementare riformando anche la figura dell'insegnante che divenne parte di un gruppo afferente ad uno dei tre grandi ambiti disciplinari: linguistico, matematico-scientifico e storico-geografico. Questo cambiamento valse però per la scuola elementare e non per la scuola media, dove l'insegnante restava un esperto della disciplina.

Nel 1991 vennero pubblicati in nuovi orientamenti per la scuola materna che introducevano la denominazione "scuola dell'infanzia" inserendola a pieno titolo nel sistema educativo (vedi il D.M. 03.06.1991, qui).

Nel 1997 venne varata la legge che riconosceva alle scuole l'autonomia progettuale oltre che gestionale (vedi L. 59/1997, qui).

Dal 2000 (riforma del ministro Berlinguer) al 2007 (pubblicazione delle indicazioni per il curricolo della scuola dell'infanzia e del primo ciclo firmate dal ministro Fioroni), dalle riforme del ministro Moratti (2003) e del ministro Gelmini (2008-2011) al 2013 (pubblicazione delle nuove indicazioni per il curricolo della scuola dell'infanzia e del primo ciclo firmate dal ministro Profumo), la scuola italiana ha vissuto più momenti di continuità che di discontinuità: poche le rotture, deboli i cambiamenti (per una cronologia normativa a partire dalla legge 53/03, conosciuta come Riforma Moratti, vedi qui).

Inoltre, la legge del 2006 n. 296, ha esteso l'obbligo scolastico da otto a dieci anni, fino al compimento del sedicesimo anno di età, spostando quindi a sedici anni l'età per l'accesso al mondo del lavoro.

Come sarà, quindi, la scuola che verrà?

Marco Rossi Doria, insegnante e formatore, fondatore del progetto Chance e maestro di strada nei Quartieri Spagnoli di Napoli, dal 2011 Sottosegretario all'Istruzione, ha raccontato in un'intervista a La Stampa il suo sogno per la scuola di domani (vedi qui).