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5.6 Includere le culture

I flussi migratori in arrivo hanno cominciano ad interessare l'Italia a partire dagli anni Ottanta del novecento. Nell'arco di qualche decennio, l'Italia è passata da paese emigrante a paese meta di immigrazione. Già negli anni Novanta, anche la scuola italiana era diventata un luogo di formazione e di crescita per numerosi bambini e bambine, provenienti da diverse aree del pianeta, arrivati con i genitori, ricongiunti o nati in Italia. In due decenni, le presenze sui banchi di scuola sono andate aumentando legate anche alla stabilità del progetto migratorio delle famiglie. Oggi, l'Italia non è più solo uno spazio di transizione, ma il luogo in cui edificare un progetto di futuro anche per i propri figli.

Per alcuni anni, il numero degli arrivi è stato in crescita esponenziale. Attualmente, però, questa crescita sta rallentando; responsabile la crisi economica che costringe molti immigrati a rientrare nei paesi d'origine, ma anche la configurazione del fenomeno migratorio che si è fatto stabile e strutturale: non è più un'emergenza. La multietnicità delle scuole (e della società) è un dato di fatto; chi continua a definirla un'emergenza ostenta solo ritardo politico ed inadeguatezza culturale di fronte al cambiamento.

Nell'anno scolastico 2011-2012 (vedi le statistiche qui), gli alunni con cittadinanza non italiana (cioè alunni che, anche se nati in Italia, hanno entrambi i genitori stranieri) erano 750.000, l'8,5% della popolazione studentesca. Fino al 2007 gli alunni "stranieri" sono aumentati di circa 60/70.000 unità all'anno, dal 2010 invece si è registrata una flessione e l'aumento è stato di 40/45.000 all'anno. Calcolando che questo aumento sia anche la tendenza per i prossimi anni, nel 2017, le presenze a scuola potrebbero essere dell'ordine del milione.

Vinicio Ongini, maestro e pedagogista, attualmente impegnato presso l'ufficio integrazione alunni stranieri del MIUR, nel suo viaggio inchiesta nella scuola multiculturale (Noi domani, 2011), pone una domanda sostanziale: "Ma i 750.000 alunni con cittadinanza non italiana di oggi, un milione tra cinque anni , i cosiddetti 'stranieri' nel linguaggio comune, sono pochi o sono tanti ? O sono tantissimi?" (p. 4). Chiaramente la risposta non sta solo nei numeri, ma i numeri contano, soprattutto se assoluti e se enfatizzati dal discorso giornalistico; meno invasivi invece quelli espressi in percentuale. Dipende sempre a chi e a cosa vengono confrontati, l'importante è fare sempre le dovute distinzioni.

8,5% è un dato significativo ed importante in quanto rivela il processo di cambiamento nel quale l'Italia è immersa. È da tener presente però che questa percentuale è il risultato di una media nazionale e che la presenza di studenti stranieri è molto disomogenea a livello regionale, locale e delle singole scuole.

Sulle circa 58.000 scuole italiane di ogni ordine e grado pubbliche e private, in 500 si supera la percentuale del 50% di presenze di alunni stranieri e in una trentina di queste la percentuale raggiunge l'80%; in 15.000 si supera il 10% e in altre 15.000 non c'è alcun alunno straniero (Ongini V., Noi domani, p. 6). Le percentuali più alte si trovano nelle regioni del Nord e del Centro e in particolare nella scuola dell'infanzia e della primaria.

Secondo Ongini tre sono gli elementi che caratterizzano "il paesaggio multiculturale italiano" e che influenzano la formazione del pensiero comune di insegnanti, famiglie, opinione pubblica sulla scuola.

Innanzitutto, l'elemento temporale: in Italia, a differenza di altri paesi europei a lunga tradizione di immigrazione, il cambiamento è stato rapidissimo in particolare dagli anni Novanta ad oggi.

In secondo luogo, l'elemento territoriale: in Italia, la presenza di alunni stranieri non si concentra in particolari aree geografiche economicamente attraenti, ma è diffusa su tutto il territorio, dai piccoli centri alle grandi città, dalle vallate montane alle basse pianure. Il paesaggio multiculturale italiano è policentrico e diffuso.

Il terzo elemento è quello socio-culturale: l'Italia presenta una molteplicità variegata di cittadinanze, anche se ci sono delle comunità più presenti di altre. Le cittadinanze rumena, albanese e marocchina rappresentano insieme il 44% delle cittadinanze degli alunni di origine straniera. 180 i Paesi di origine degli alunni, 194 i Paesi rappresentati.

La scuola italiana ha intrapreso in maniera significativa la via dell'inclusione: dall'educazione interculturale all'educazione alla cittadinanza globale, l'obiettivo è di rendere concreta la sfida di riconoscere e legittimare le differenze (vedi la normativa qui).

Che la presenza di tante differenze culturali sia un bene per la scuola e per l'educazione è indubbio; che l'accoglienza sia un'opportunità per la costruzione di un nuovo pensiero e di un rinnovato agire sociale è indiscutibile. Anche perché, come scritto nel documento ministeriale La via italiana all'intercultura (leggi qui), "la presenza dei minori stranieri funziona in realtà da evidenziatore di sfide che comunque la scuola italiana dovrebbe affrontare anche in assenza di stranieri".

Nella tradizione oramai consolidata dei progetti di educazione interculturale c'è la consuetudine a rivolgersi in maniera esclusiva a quelle scuole ed in particolare a quelle classi in cui la presenza di alunni con cittadinanza non italiana è consistente, prevalente o problematica. Questo però snatura la funzione dell'educazione interculturale che è invece quella di contribuire alla costruzione della cittadinanza globale, intesa come opportunità per tutti e tutte di riconoscersi reciprocamente e nell'identità di ciascuno e di ciascuna. L'intercultura è, quindi, una questione trasversale al vivere sociale che riguarda l'intera comunità.

"L'obiettivo è quello di valorizzare l'unicità e la singolarità dell'identità culturale di ogni studente. La presenza di bambini e adolescenti con radici culturali diverse è un fenomeno orami strutturale e non può più essere considerato episodico: deve trasformarsi in un'opportunità per tutti. Non basta riconoscere e conservare le diversità preesistenti, nella loro pura e semplice autonomia. Bisogna, invece, sostenere attivamente la loro interazione e la loro integrazione attraverso la conoscenza della nostra e della altre culture, in un confronto che non eluda questioni quali le convinzioni religiose, i ruoli familiare, le differenze di genere. [...] Non basta convivere nella società, questa stessa società bisogna crearla continuamente insieme" (tratto da Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell'infanzia e del primo ciclo di istruzione, 2012).

La scuola però, anche se messa nelle condizioni migliori per poter operare nella direzione sopradescritta, dotata degli strumenti più idonei per valorizzare le singole individualità all'interno della cultura di un gruppo eterogeneo, guidata dagli insegnanti più motivati, rischia di restare una parentesi – più o meno felice – nella vita di tante persone se l'intero sistema sociale non si mette in strada seguendo la stessa via.

"La variabile territoriale è decisiva. Quanto le città lavorano per mettere in rete le scuole tra loro e per mettere in rete le scuole con le opportunità educative del territorio, quanto cioè sanno essere o non essere città educative, è un elemento fondamentale del successo scolastico. Le scuole dell'autonomia funzionano più o meno bene quando non sono sole, quando sono inserite in una rete di opportunità. L'immigrazione, l'accoglimento e l'integrazione di alunni provenienti da Paesi diversi dal nostro, è oggi il primo terreno di verifica di questa capacità" (leggi qui).

Infine, ma non da ultimo è da prendere in considerazione il ruolo strategico delle seconde generazioni che non possono essere ammesse solo in quanto manodopera produttiva, restando escluse dalla comunità dei cittadini. Essendo cresciute in un determinato luogo, hanno sviluppato esperienze di vita, legami sociali e orientamenti culturali tipici di quel contesto spazio-temporale in continuità o in conflitto con quelli delle famiglie d'origine. Si tratta di autentici meticci culturali, espressione del cambiamento in corso nel Paese con i quali costruire la futura convivenza, nella convinzione che la loro doppia o multipla appartenenza sia una risorsa per l'intero paese. Non cogliere quest'opportunità, può voler dire rendere attuale il rischio di una frattura sociale su base "etnica" e il consolidamento di situazioni di emarginazione strutturale.