icona_youtubefacebook

5.2 Rileggere don Milani oggi

Beppe Severgnini, in un articolo "Email a una professoressa" (Corriere della Sera, 1° settembre 2013 – leggi qui), scrive che "c'è sempre un po' di Barbiana nella buona scuola all'italiana".

Barbiana è un piccolo borgo montano sito nel comune di Vicchio (Firenze), ma è anche la parola chiave per definire un'esperienza educativa avviata da don Lorenzo Milani (1923-1967) che si è sviluppata dal 1954 al giorno della sua morte (leggi la testimonianza di uno dei suoi allievi, qui).

Barbiana è sul fianco nord del monte Giovi, 470 metri sul mare. Di qui vediamo sotto di noi tutto il Mugello che è la valle della Sieve affluente dell'Arno. Dall'altra parte del Mugello vediamo la catena dell'Appennino. Barbiana non è nemmeno un villaggio, è una chiesa e le case sono sparse tra i boschi e i campi. I posti di montagna come questo sono rimasti disabitati. Se non ci fosse la nostra scuola a tener fermi i nostri genitori anche Barbiana sarebbe un deserto. In tutto ci sono rimaste 39 anime. I nostri babbi sono contadini o operai" (tratto da Scuola di Barbiana, Lettera ai ragazzi di Vho di Piadena, 1963).

Nella Lettera ai ragazzi di Vho di Piadena è descritta Barbiana, la scuola, le motivazioni che spingono a frequentarla e le difficoltà. Divisa in cinque capitoli, questa lettera fa parte della corrispondenza tra gli allievi di Mario Lodi (1922) della scuola elementare di Vho e quelli della scuola di Barbiana. Nella lettera in questione, gli allievi di don Milani scrivevano di aver

 "[...] scelto la scuola per lavorare meno. Comunque nessuno aveva fatto il calcolo di prendere un diploma per guadagnare domani più soldi o fare meno fatica. Un pensiero simile non ci veniva spontaneo. Se in qualcuno c'era, era per influenza dei genitori".

In un'altra lettera scritta dagli allievi di don Milani, la più conosciuta, cioè la Lettera ad una professoressa (Libreria Editrice Fiorentina, 1967), viene messo in luce ed analizzato uno dei problemi centrali degli anni successivi alla legge del 1962 che istituì la scuola media unica ed obbligatoria: "la scuola ha un problema solo. I ragazzi che perde" (p. 35), bocciati, respinti, dimenticati.

Allora, nella scuola dell'obbligo, erano tanti i ripententi o pluripetenti, molti gli abbandoni. Oggi la piramide è rovesciata. Alla scuola dell'obbligo si boccia meno, ma gli abbandoni sono notevolmente aumentati alla scuola secondaria di secondo grado, in particolare al biennio e all'università (vedi paragrafo 5.3  . Un solo dato conferma questa affermazione: nel 2012, la scuola secondaria di secondo grado ha perso circa il 18,2% della popolazione dei frequentanti, la maggior parte è composta di ragazzi (Eurostat, 2012).

La lezione di don Milani che arriva fino ad oggi è che la scuola deve curare i malati e non guastare i sani, altrimenti "diventa un ospedale che cura sani e respinge malati".

"Se ognuno di voi (insegnanti) sapesse che ha da portare innanzi a ogni costo tutti i ragazzi e in tutte le materie, aguzzerebbe l'ingegno per farli funzionare. Io vi pagherei a cottimo. Un tanto per ragazzo che impara tutte le materie. O meglio multe per ogni ragazzo che non ne impara una. [...] Non vi dareste pace, perché la scuola che perde Gianni non è degna d'essere chiamata scuola" (p. 82).

Essere insegnanti significa essere persone che lasciano un segno; insegnare è, infatti, "un compito, un onore" – scrive Severgnini nell'articolo sopracitato, anche una responsabilità. All'insegnante spetta il compito di istruire e di formare e questo si può fare solo attraverso un metodo. Don Lorenzo Milani, a Barbiana, ne aveva elaborato uno suo. Uno dei suoi allievi definisce questo metodo la pedagogia dell'aderenza, cioè insegnare e apprendere direttamente dalla realtà. Una delle tecniche utilizzate era quella dei "fogliolini" (piccoli fogli), utile per attivare il processo di "scrittura collettiva" che ha avuto come esito concreto le lettere che sono state nominate sopra. Lo stesso Lorenzo Milani, in una lettera a Mario Lodi datata 2 novembre 1963 spiegava il suo metodo (leggi qui).

Nel metodo di don Milani era centrale il linguaggio, la parola. Appropriarsi della parola aveva un significato simbolico di riappropriazione di se stessi, di riscatto da una condizione di subalternità nella quale vivevano le genti di montagna, contadini ed operai. Quindi, molto del "pieno tempo" della scuola di Barbiana, era utilizzato per far crescere l'arte dello scrivere.

"A Barbiana avevo imparato che le regole dello scrivere sono: Avere qualcosa di importante da dire e che sia utile a tutti o a molti. Sapere a chi si scrive. Raccogliere tutto quello che serve. Trovare una logica su cui ordinarlo. Eliminare ogni parola che non serve. Eliminare ogni parola che non usiamo parlando. Non porsi limiti di tempo" (Lettera ad una professoressa, p. 21).

Attraverso la scrittura si costruisce il sé. Come sostiene Bruner J. S. in La fabbrica delle storie. Diritto, letteratura, vita (2006), "il sé è un prodotto del nostro raccontare".

Carla Melazzini in Insegnare al principe di Danimarca (2011) ribadisce che

"insegnare significa dare significato alle parole e a tutte le attività che se ne servono" (p. 168) e che "la conquista della parola è un percorso da fare insieme. Un'esperienza di passaggio attraverso i diversi ambiti di significanza, partendo dalla sfera dell'identità personale, del corpo, delle emozioni e avventurandosi gradualmente nella sfera più grande, quella del mondo esterno, alla cui significanza dovrebbero concorrere tutte le discipline" (p. 169).