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Focus 1b: futuro, un diritto?

Il futuro guarda nell’ignoto domani senza rivelare nulla di sé. Statistiche, previsioni, proiezioni basate su esperienze ripetute, quindi sul passato, possono aiutare a costruire idee di futuro. Ci si chiede però se il futuro possa essere un diritto e se lo fosse chi se ne farebbe carico.

Il futuro non è esplicitamente sancito tra i diritti fondamentali. Si potrebbe ipotizzare che il diritto alla vita lo includa? La domanda nasce dalla considerazione che vivere significa, non solo stare nel qui ed ora, ma anche essere proiettati in avanti. La vita è già un progetto di futuro, da pro-jàcere, cioè un gettare o essere gettati in avanti: la vita è qualcosa che si lancia e ci lancia in avanti, include una necessaria presa in carico per essere mantenuta, cioè una cura di sé, degli altri, del mondo.

L’articolo 3 della Dichiarazione universale dei diritti umani stabilisce che “ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona”. La vita, prima ancora di esser un diritto, è un valore assoluto: le libertà, la sicurezza e la pace sono i presupposti per poterlo mantenere tale.

Le libertà. La Dichiarazione universale dei diritti umani le garantisce. Libertà di parola, di pensiero, di espressione, di manifestazione, di credo, libertà dal timore e dal bisogno, libertà di movimento e di residenza, libertà di partire, libertà di decidere il proprio lavoro, libertà di riposare. Le libertà, quindi, rappresentano e vengono trattate come l’insieme più eminente delle aspirazioni dell’essere umano. Si tratta di libertà individuali, della persona, ma anche sociali, delle collettività, come la liberà di riunirsi, di associarsi, ecc. che acquistano significato solo attraverso l’esercizio che più persone fanno di esse.

La sicurezza. Il concetto di sicurezza umana (human security), che si affianca a quello più noto della sicurezza degli stati (State security), viene introdotto nel 1994 dal Rapporto dell’UNDP, il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, dedicato alla New Dimensions of Human Security. La sicurezza non è solo una percezione di assenza di rischi, bensì il presupposto per l’esercizio delle proprie libertà; è sicurezza delle persone e delle comunità e riguarda la sfera economica, sociale, ambientale e di ordine pubblico.

Secondo la giurisprudenza, la sicurezza dello stato dovrebbe essere a servizio delle persone, cioè garantire alle persone spazi dentro i quali poter manifestare le proprie capacità di aspirare, di costruire futuro. Nella Carta delle Nazioni Unite, infatti, il diritto alla sicurezza umana comporta che venga messo in funzione un sistema di sicurezza internazionale e nazionale che tenga conto da un lato della dimensione di “ordine pubblico” e dall’altro delle dimensioni economiche e sociali. La sicurezza è appunto multidimensionale ed ha bisogno di aperture per potersi realizzare, non certo di chiusure, muri, barriere che rappresentano una violazione del diritto alla vita stessa e di tutte le libertà di cui essa necessita per fiorire.

Nel 2001, in risposta all’appello del segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan durante il Summit del millennio per un mondo “libero da bisogni” e “libero dalla paura è stata istituita una Commissione per la sicurezza, presieduta da Sadako Ogata and Amartya Sen, che nel 2003 ha presentato l’importante rapporto intitolato Human Security Now. La questione è quindi rilevante: la sicurezza umana riguarda la tutela e l’allargamento delle libertà vitali delle persone perché contribuisce a proteggere dalle minacce e sviluppare la capacità delle persone di farsi carico della propria vita.

La pace. Nel percorso WSA “Armi e bagagli” svolto nell’anno scolastico 2015-16, la pace è stata considerata nella sua versione “positiva, si vis pacem para pacem, cioè “se vuoi la pace, prepara la pace” e non come assenza di guerra, si vis pacem para bellum, cioè “se vuoi la pace, prepara la guerra”. La pace, quindi, come parola d’onore, come centro focale di sogni e desideri, un bene comune, assoluto che deve poter essere mantenuto aperto per essere riempito di nuovi sogni ed aspirazioni. Per molti si tratta di un diritto, sancito dalla Carta delle Nazioni, voluto, perseguito – la Campagna per il diritto alla pace lo dimostrama che non ha ancora ottenuto riconoscimento a livello internazionale; molti stati, i più potenti economicamente, ne ostacolano il processo di adozione.

Il diritto al futuro quindi è di tutti e soprattutto delle generazioni che verranno, quelle che scriveranno la storia e che non hanno ancora iniziato a muoversi nel pianeta. C’è una dichiarazione internazionale che ci ricorda quanto importante sia assumersi delle responsabilità nei confronti delle generazioni presenti per assicurare un futuro a quelle che ancora non ci sono e tra queste responsabilità assicurare la pace è sostanziale.

Infatti, la Dichiarazione sulle responsabilità delle generazioni presenti verso le generazioni future adottata dall’UNESCO nel 1997 afferma che la pace è fondamentale per poter assicurare la vita e quindi il futuro. In particolare, il suo articolo 9 ci ricorda che “le generazioni presenti dovrebbero assicurarsi che esse stesse e le generazioni future imparino a vivere insieme pacificamente, in sicurezza e nel rispetto del diritto internazionale, dei diritti umani e delle libertà fondamentali e preservare le generazioni future dal flagello della guerra. A tale scopo, esse dovrebbero evitare di esporre le generazioni future alle conseguenze nefaste di conflitti armati così come da ogni altra forma di aggressione e dall'uso di armi contrari ai principi umanitari”. Questa Dichiarazione ci ricorda che il diritto al futuro passa attraverso la pace, ma anche attraverso il rispetto dei bisogni e degli interessi delle future generazioni, la loro libertà di scelta, la non discriminazione, la protezione dell’ambiente e la biodiversità, il patrimonio culturale comune e lo sviluppo

Ridare speranza alle generazioni future è anche il fulcro del discorso di papa Francesco al Parlamento Europeo il 25 novembre 2014. Egli fa riferimento ai “giovani privi di punti di riferimento e di opportunità per il futuro” e ai “migranti che sono venuti qui in cerca di un futuro migliore”. “Come dunque ridare speranza al futuro, così che, a partire dalle giovani generazioni, si ritrovi la fiducia per perseguire il grande ideale di un’Europa unita e in pace, creativa e intraprendente, rispettosa dei diritti e consapevole dei propri doveri?”. Come fare dunque a dare speranza al futuro per vivere pienamente e con fiducia il presente? Costruire futuro è costruire capacità di aspirare, cioè opportunità di partecipazione delle persone a tutte quelle occasioni in cui una società dà forma e significato al suo futuro, dalla scuola al mondo del lavoro, dalla famiglia alle realtà associative, ecc.. Le aspirazioni partecipano alla costruzione culturale e simbolica della società e dei modi in cui essa rappresenta il suo futuro. L’aspirazione non è una capacità data, si costruisce e la persona si appoggia ad essa per perseguire i propri progetti di vita che dipendono dalle risorse disponibili, non solo materiali, ma anche sociali, culturali, relazionali. Quindi muoversi, spostarsi diventa un’occasione per raggiungere luoghi entro cui poter trovare spazi di aspirazione o dove iniziare a costruire capacità di aspirare.