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Focus 5: IN EUROPA E IN ITALIA OGGI

“Non è solo una questione di parole. Non riguarda solo i termini giusti da trovare per descrivere ciò che avviene ai bordi dell’Europa. […] Una linea fatta di infiniti punti, infiniti nodi, infiniti attraversamenti. Ogni punto una storia, ogni nodo un pugno di esistenze. Ogni attraversamento una crepa che si apre. È la frontiera. Non è un luogo preciso, piuttosto la moltiplicazione di una serie di luoghi in perenne mutamento, che coincidono con la possibilità di finire da una parte o rimanere nell’altra”.

Leogrande A., La frontiera, Feltrinelli, 2015, pp. 39-40

 

L’Europa e l’Italia non sono il centro del mondo. Il centro dipende dal punto di vista. Esse sono parte delle vicende che interessano i 244 milioni di persone che nel mondo oggi si stanno spostando, nel 2015 per la precisione, che sempre è dovuta in questi casi (leggi il focus Nel mondo oggi). L’Europa non è solo l’Unione Europea. Anche questo è un aspetto importante da tenere presente. Inoltre, migrare in Europa, significa entrare ed uscire dall’Europa. I ragionamenti che verranno fatti in questo focus saranno riferiti, in modo specifico, allo spazio dell’Unione Europea.

Dal secondo dopo guerra ad oggi, l’Europa ha svelato grandi risultati in termini politici e civili nell’ambito della creazione di uno spazio di movimento e di circolazione. Questo allargamento è andato di pari passo con la possibilità di spostamento sia per i cittadini europei che per i cittadini dei paesi terzi e ha significato anche sviluppo e prosperità. L’accordo di Schengen (1990) ha consolidato questo processo di apertura.

I programmi Erasmus, Erasmus Mundus per studenti comunitari e non, Erasmus+, ma anche il Marie Curie ed altre iniziative per la formazione universitaria e la ricerca hanno rappresentato e rappresentano quest’idea di movimento ed internazionalizzazione del sapere non solo a livello europeo. Questa circolazione di umanità colta, intellettuale la chiamiamo comunemente mobilità, che sembra una cosa diversa dalla migrazione, termine che nell’immaginario collettivo riporta immediatamente alla più attuale “crisi dell’immigrazione” e alla questione “profughi”. Sono forme differenti, ma ugualmente forme di migrazione.

Tornando alle aperture europee, la politica di coesione dell’Unione europea mira a sostenere l’inclusione sociale, anche degli immigrati, oltre che di una serie di categorie svantaggiate al fine di allontanare dal rischio di povertà milioni di persone: è la strategia Europa 2020.

Integrazione, inclusione, accoglienza sono quindi parole diffuse nel lessico del legislatore europeo; esse lasciano presagire un’idea di Europa quale casa dalle porte aperte, accogliente: Europa terra di speranze. L’Europa è una terra di accoglienza: lo è stata nel sogno europeo immaginato e perseguito da "visionari" come Altiero Spinelli, Jean Monnet, Robert Schuman e Konrad Adenauer, tra i padri fondatori dell’Europa unita e libera. Oggi i dati demografici lo confermano. I più recenti a disposizione sono quelli pubblicati il 1° gennaio 2015, riferiti al 2014 (Eurostat): nei 28 stati membri dell’UE, 3.8 milioni di immigrati hanno fatto ingresso in uno Stato UE, di cui solo 1.6 milioni erano cittadini di paesi non comunitari.

Sempre al 1° gennaio 2015, nell’UE vivevano 34.3 milioni di cittadini nati al di fuori dell’Unione su una popolazione totale residente di 508 milioni (al 1° gennaio 2016 l popolazione nei 28 Paesi UE è passata a 510 milioni). I dati ci dicono quindi che l’Europa non sta subendo un’invasione.

Apertura e accoglienza però comportano impegno, capacità politica e sociale di guardare verso il futuro, volontà di includere e non sempre i buoni principi trovano realizzazione, soprattutto quando le situazioni – si veda ad esempio la “crisi economica” – non sono favorevoli ad una distribuzione incondizionata delle risorse e delle ricchezze a tutti. Ecco allora che, spinti dalla paura di perdere o di rinunciare a parte della ricchezza accumulata o nel timore che non ce ne sia abbastanza per chi già vive in Europa, si pensa a come difendere le proprietà e proteggere i beni e le risorse. La risposta è la chiusura delle porte laddove ci sono o la loro costruzione laddove non ci sono. Aeroporti, stazioni ferroviarie, valichi di frontiera vengono “militarizzati”: sono le porte da chiudere, murando il passaggio. Quelle porte le conoscono anche i cittadini dell’UE i quali transitano attraverso senza grandi difficoltà. Si pensi al Brennero, a Ventimiglia, a Calais. Per citarne alcune. Ma ci sono anche altre porte per accedere all’Europa che i cittadini dell’UE conoscono poco, non le praticano. Le abbiamo scoperte recentemente grazie al passaggio di altri cittadini, di Paesi “terzi”, come dice la legislazione. Il Canale di Sicilia con al “centro” Lampedusa; Kapitan Andreevo – il confine tra Bulgaria e Turchia, Ceuta e Mellila – il confine tra Spagna e Marocco, Mersin, in Turchia – porta orientale per l’Europa. Queste sono porte dalle quali si cerca di raggiungere il continente europeo, ma sono veri e propri luoghi murati, spinati, sorvegliati, armati. L’Europa qui si fa fortezza, in terra e in mare. Questa fortezza stride con i principi dell’Europa dell’accoglienza nella quale, però, ancora molte persone credono.

Nelle pagine che seguono proveremo ad approfondire alcune caratteristiche dell’area europea, alcune criticità, alcune risposte che attori differenti hanno voluto dare alla domanda di accoglienza di oltre un milione di persone che in pochi anni hanno bussato alle porte della fortezza.

5a Europa

5b Italia

5c Accoglienza in Italia