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Focus 5a: Europa

In Europa si immigra come pure dall’Europa si emigra. Mentre quelli che se ne vanno non fanno grande notizia, quelli che arrivano o che cercano di arrivare fanno parlare di sé. I dati cambiano di anno in anno. Difficile rappresentare i movimenti in entrata e in uscita. Ogni periodo ha le sue caratteristiche, il trend ha un andamento disordinato, ma non sembrano esserci crescite esponenziali. L’unica certezza è che c’è movimento, c’è traffico, e che serve una buona governance per fare in modo che non ci siano imbottigliamenti o incidenti.

I dati al 1° gennaio 2015 mostrano che nel 2014 sono immigrati, in uno dei ventotto Paesi dell’Unione, 3.8 milioni di persone e circa 2.8 milioni sono emigrate. É la Germania (884.900) ad avere accolto il maggior numero di immigrati, seguita in ordine decrescente da Regno Unito (632.000), Francia (339.900), Spagna(305.500), Italia (277.600). Mentre dal punto di vista dell’emigrazione, è la Spagna il paese con il più importante numero di partenze (400.400), seguita da Germania (324.200), Regno Unito (319.100), Francia (294.100) e Polonia (268.300). In generale, la maggior parte dei Paesi ha conosciuto flussi in entrata più intensi di quelli in uscita; solo in alcuni come Bulgaria, Irlanda, Grecia, Croazia, Cipro, Polonia, Portogallo, Romania, Slovenia, Estonia, Lettonia e Lituania il numero di emigrati ha superato quello degli immigrati (fonte: ec.europa.eu/Eurostat).

È il Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea il documento che chiarisce alcune competenze, in particolare in alcuni settori specifici, in materia di movimenti in ingresso e della loro gestione (artt. 79 e 80).

Nel settore dell’immigrazione legale, è compito dell’UE “definire le condizioni di ingresso e soggiorno dei cittadini di paesi terzi che entrano e soggiornano legalmente in uno degli Stati membri, anche a fini di ricongiungimento familiare. Gli Stati membri conservano la facoltà di stabilire i tassi di ammissione di persone provenienti da paesi terzi in cerca di lavoro”. Tra gli Stati dell’UE vige il principio di solidarietà e di equa ripartizione delle responsabilità in materia, anche finanziarie.

Per quanto riguarda il settore dell’integrazione, l'UE può “fornire incentivi e sostegno a favore di misure adottate dagli Stati membri al fine di promuovere l'integrazione di cittadini di paesi terzi che soggiornano legalmente nel paese; tuttavia, non è prevista alcuna armonizzazione degli ordinamenti e delle regolamentazioni degli Stati membri”. Ciò significa che ad ogni Stato è affidato il compito di regolare internamente il fenomeno migratorio, nel rispetto delle carte costituzionali alla scala nazionale e delle carte e convenzioni alla scala globale.

L’altro settore d’intervento che vede l'UE particolarmente coinvolta è quello che mira a “prevenire e ridurre l'immigrazione irregolare, in particolare attraverso un'efficace politica di rimpatrio, nel rispetto assoluto dei diritti fondamentali. Un immigrato in situazione di irregolarità è una persona che entra nell'Unione senza autorizzazioni o visto adeguati o che si trattiene dopo la scadenza del visto”.

Infine, l'UE ha la competenza di stipulare con paesi terzi accordi di riammissione nel paese di origine o di transito di cittadini di paesi terzi che non soddisfano o non soddisfano più le condizioni di ingresso, presenza o soggiorno in uno degli Stati membri.

 

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Strade percorse dalle rotte dell’immigrazione irregolare in entrata in Europa nel 2014 (fonte: europarl.europa.eu)

 

Secondo Frontex, l’agenzia dell’UE recentemente rinforzata che monitora e controlla i confini dell’Unione, nel 2014, hanno fatto ingresso irregolare 276.113 cittadini di Paesi terzi e la quasi totalità ha fatto richiesta di asilo. Nel 2015 il numero degli ingressi irregolari dell’anno precedente si è moltiplicato per quattro raggiungendo quota 1.005.500. Ad ottobre 2016, secondo i dati dell’UNHCR, il numero delle persone che hanno cercato di raggiungere l’Europa ha superato 300.000, ma è lontano dal milione dello scorso anno. Si arriva soprattutto dal mare, attraversando il Mediterraneo: a settembre 2016, 168.630 persone sono sbarcate in Grecia, 144.679 in Italia e 4.971 in Spagna; 3.654 è il numero delle persone morte e disperse (fonte: UNHCR). Anche la strada è stata, soprattutto nel 2015, un canale d’ingresso. Ma sono gli aeroporti internazionali a rappresentare una delle porte più grandi di ingresso nell’Unione Europea (fonte: Frontex).

 

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Carta degli sbarchi del Mediterraneo (fonte: UNHCR)

 

Quasi tutti coloro che entrano irregolarmente in Europa fanno domanda di asilo: non ci sono altre possibilità. Tra aprile e giugno 2016, sono state 305.700 le persone che hanno fatto richiesta di asilo (leggi il focus Migrare un diritto) per la prima volta (fonte: ec.europa.eu). Sei domande su dieci, cioè 187.000, sono state fatte alla Germania, che raccoglie il 60% del totale, seguita dall’Italia con 27.000 (9%), dalla Francia (17.800, 6%), dall’Ungheria (14.900, 5%) e dalla Grecia (12.000, 4%). Stanno diminuendo, invece, le richieste nei Paesi del nord Europa, come Danimarca, Finlandia e Svezia, ma anche Olanda, Belgio ed Austria.

L’Unione Europea ha messo le migrazioni al centro dell’agenda comunitaria. Dal 2014 ad oggi, numerose sono state le occasioni ufficiali per discutere della “drammatica situazione” che il vecchio continente si trova a vivere. Gli impegni sono sempre molteplici, dal rinforzo della presenza in mare, alla lotta contro i trafficanti e all’immigrazione illegale, all’incremento della solidarietà e delle responsabilità interne. L’Agenda europea sulla migrazione, redatta nel maggio 2015, è un documento in cui viene, perlomeno a parole, chiarita la posizione dell’Europa:

“L’Europa deve continuare ad essere un rifugio per chi teme persecuzioni e una destinazione attraente per il talento e l’intraprendenza di lavoratori, studenti e ricercatori. Onorare i nostri impegni internazionali e tener fede ai valori dell’Unione proteggendo comunque le nostre frontiere e instaurando nel contempo condizioni propizie alla prosperità economica e alla coesione sociale in Europa implica la ricerca di un difficile equilibrio, raggiungibile solo con un intervento coordinato a livello europeo”.

Al di là degli sforzi fatti e di qualche timido successo ottenuto, le difficoltà a gestire la complessità della situazione sono un’evidenza sotto gli occhi di tutti.

Provando a schematizzare le risposte che vengono dall’Europa, si potrebbe catalogarle in due tipologie: una “securitaria”, legata quindi al controllo delle frontiere e dei flussi; l’altra “umanitaria”, centrata sull’emergenza e sul soccorso.

La prima mette in gioco una serie di attori come l’Unione Europea e Frontex, la polizia di stato e municipale, la guardia costiera, i carabinieri, la guardia di finanza, le autorità consolari dei Paesi di origine e transito, il Sovrano miliare ordine di Malta e l’Organizzazione Internazionale per le migrazioni (IOM).

La seconda invece coinvolge istituzioni più legate all’accoglienza e ai diritti dei migranti come l’Istituto per la promozione della salute delle popolazioni migranti (INMP), Medici senza frontiere, Lampedusaccoglienza ed altre organizzazioni, Croce Rossa (italiana e non solo), Save the Children e l’Alto commissariato dell’ONU per i rifugiati (UNHCR).

Guardando alle tipologie di risposta alle quali corrispondono tipologie di attori, emerge un’Europa che parla due linguaggi, a volte opposti, a volte complementari, ma entrambi parte di un processo narrativo che trasforma un fenomeno sociale, politico ed economico in un problema di sicurezza da gestire come emergenza attraverso una tecnologia politica fondata sull’inquietudine, talvolta dimenticando che questo fenomeno è fatto di persone.