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Focus 1a: migrare, un diritto

Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato, ma ha anche il diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio e di ritornarci; è sancito dall’articolo 13 della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, attualmente firmata da tutti gli stati aderenti alle Nazioni Unite. È una dichiarazione di principi e in quanto tale non è formalmente vincolante per gli Stati membri. Rappresenta però la prima testimonianza della volontà della comunità internazionale di riconoscere universalmente i diritti propri di ogni essere umano, tra cui quello a spostarsi, a migrare. Le norme che la compongono sono ormai considerate, dal punto di vista sostanziale, come principi generali del diritto internazionale e come tali vincolanti per tutti i soggetti di tale ordinamento.

Qualche anno dopo la Dichiarazione, il Patto internazionale sui diritti civili e politici del 1966 ribadisce quanto affermato dalla Dichiarazione e soprattutto conferma, all’articolo 12 che “i suddetti diritti non possono essere sottoposti ad alcuna restrizione, tranne quelle che siano previste dalla legge, siano necessarie per proteggere la sicurezza nazionale, l’ordine pubblico, la sanità o la moralità pubbliche, ovvero gli altrui diritti e libertà, e siano compatibili con gli altri diritti riconosciuti dal presente Patto”. Inoltre, “nessuno può essere arbitrariamente privato del diritto di entrare nel proprio Paese”.

Il fatto che il diritto a spostarsi “non possa essere sottoposto ad alcuna restrizione, tranne quelle previste dalla legge” apre ad una molteplicità di interpretazioni, lasciando in capo agli stati nazionali di arrivo le decisioni sulle politiche da intraprendere nell’ambito dell’accoglienza.

In linea di principio, quindi, spostarsi è un diritto fondamentale perché fa parte di un diritto ad esistere e ad abitare nella grande casa comune che è la terra, il mondo, come ci ricorda Antonio Papisca nella sua lettura dell’articolo 13 della Dichiarazione Universale. Spostarsi, essere liberi di andare e tornare è sinonimo di possibilità di sviluppare il proprio futuro, non solo in termini di svago, turismo, studio e ricerca. Spostarsi è anche emigrare per lavorare, per raggiungere parte della propria famiglia, per agganciare uno scopo che dia senso alla vita, per sopravvivere con maggiore dignità.

Poterlo fare deve essere un diritto per tutti e tutte senza discriminazioni di genere, di razza, di religione, di cittadinanza, di appartenenza a un determinato gruppo sociale, di opinioni politiche. Le libertà di ogni persona sono ribadite anche nella Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (1950).

Nello stesso tempo è importante riconoscere la complessità delle cause delle migrazioni non spontanee, riconducibili ad esempio a meccanismi economico-finanziari che producono condizioni di deprivazione economica e sociale, alla presenza di condizioni di violenza sociale o a modifiche drammatiche del clima.

Tutti fattori che, aumentando le disuguaglianze globali, sono alla base dell’esigenza di spostarsi in un luogo con maggiori opportunità e possono essere utilizzati per una riduzione dei diritti delle persone nei territori di destinazione.

Vivere, cioè proiettarsi nel futuro, dove si è nati o altrove, liberamente, in condizioni di sicurezza e di pace è un diritto fondamentale. Leggi il focus Futuro, un diritto?.

Nel caso però si manifestino nel proprio paese di origine o di domicilio discriminazioni legate ad uno solo degli aspetti sopra citati, ogni persona ha diritto di chiedere ad un altro paese l’asilo, cioè la protezione, perché la garanzia di queste libertà fondamentali è sancita dalla Convenzione di Ginevra del 1951.

Essa riconosce lo stato di rifugiato, la più “forte” delle protezioni possibili di cui può godere uno straniero o un apolide, cioè una persona senza cittadinanza, a chi accede al diritto d’asilo. La protezione internazione si può chiedere quando c’è il timore fondato di persecuzione individuale della persona da parte di autorità, enti o altro o la presenza di guerre o conflitti nel proprio Paese.

12 Paesi dell’Unione Europea hanno sottoscritto nel 1990 la Convenzione di Dublino, entrata in vigore sette anni dopo. Essa dovrebbe fare chiarezza su quale stato, tra quelli dell’Unione, sia competente di fronte ad una domanda di asilo fatta da richiedenti protezione, ritenuti potenziali rifugiati secondo la definizione della Convenzione di Ginevra.

Il diritto di asilo è così importante che in ogni parte del pianeta sono state sottoscritte convenzioni per sostenerlo. Lo ha fatto l’Africa nel 1969 attraverso la Convenzione dell'Organizzazione dell'Unità Africana (OUA) che regola gli aspetti specifici dei problemi dei rifugiati in Africa, adottata nel 1974; lo ha fatto anche l’America centrale, attraverso la Dichiarazione di Cartagena nel 1984 e adottata dal Colloquio sulla protezione internazionale dei rifugiati in America Centrale, Messico e Panama. Leggi il focus Americhe.

In Italia il diritto di asilo è garantito dall’articolo 10 comma 3 della Costituzione italiana: “lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”. Leggi il focus Accoglienza in Italia.

In generale, a prescindere dalle cause che spingono a migrare (leggi il focus Quali cause), il diritto a spostarsi dovrebbe significare anche essere messi nelle condizioni di poterlo fare, che significa, ad esempio, poter ottenere i documenti per viaggiare, per accedere ad un paese straniero: non averli è una deprivazione e vederseli rifiutare è una violazione del diritto che ogni persona ha di lasciare il paese di origine o di residenza.

A questo proposito, si possono intravedere delle incoerenze tra i principi della dichiarazione universale sottoscritti da tutti gli Stati e le normative che gli Stati stessi emanano in materia di immigrazione, sulla base di una concezione di interesse nazionale che in teoria non dovrebbe essere in contrasto con l’interesse globale rappresentato dalla Dichiarazione Universale. Queste normative esprimono o si traducono, ad esempio, in politiche migratorie selettive ed escludenti e nella burocratizzazione del processo di ottenimento dei documenti, come i visti di ingresso o i permessi di soggiorno. Più che assicurare il diritto a spostarsi, esse rappresentano un ostacolo non sempre facile da superare e restringono o annientano il campo delle opportunità delle persone di poter aspirare ad una vita migliore.

Nonostante questi ed altri ostacoli, gli spostamenti hanno conosciuto, a livello globale, un’accelerazione grazie alla tecnologia, alle infrastrutture, ai mezzi di trasporto.

Può sembrare non opportuno confrontare gli spostamenti delle persone, che portano con sé un legittimo progetto di futuro, con quello delle merci, ma non si può non notare il paradosso di una accelerazione che si è compiuta più a favore di un diritto del mercato di spostare merci e capitali che a favore del diritto fondamentale delle persone di spostarsi. Se guardiamo una carta dei traffici delle merci e osserviamo attentamente il nostro quotidiano, ci rendiamo conto che le merci che ci circondano provengono da ogni angolo della terra e sempre più da angoli che geograficamente si trovano al di sotto del 35° parallelo nord. Il loro viaggio dentro lo spazio allargato della terra-casa-mondo appare più libero di quello delle persone che, provenienti dagli stessi paesi di origine delle merci, vorrebbero raggiungere le medesime destinazioni. Il parallelo in questione passa per l’isola di Lampedusa. Per l’Italia, l’Europa e il resto del mondo questo significa qualche cosa. Leggi il focus In Europa e in Italia oggi.