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Focus 4a: Americhe Guardando il planisfero da nord a sud, o viceversa, non può non balzare agli occhi la vastità delle terre americane. Dal Canada all’Argentina si incontrano paesi che ricevono milioni di persone immigrate con regolari titoli di viaggio e di soggiorno, come gli Stati Uniti, che nel 2015 hanno raggiunto quota 47 milioni, cioè quasi il 15% della popolazione residente. Il Canada ospita oltre sette milioni di immigrati, il Venezuela quasi un milione e mezzo di cui cinquanta mila dall’Italia. In generale le Americhe sono un grande, complesso e variegato continente che ha vissuto una ricca storia di spostamenti dall’esterno, ma anche dall’interno fin dalle origini del suo popolamento. Uno dei momenti storici più intensi dal punto di vista degli arrivi è stato il periodo tra il XVI e il XIX secolo, caratterizzato dal commercio triangolare e dalla tratta degli schiavi (vedi focus Migrazioni l’altro ieri). Anche il successivo secolo però ha segnato l’arrivo di milioni di persone, in particolare dall’Europa, ma non solo. L’Italia ha contribuito con numeri importanti: tra il 1880 e il 1914 sono partiti per le Americhe nove milioni di italiani e italiane. Le regioni dalle quali si partiva di più erano il Veneto, il Friuli Venezia Giulia e il Piemonte, ma buona parte degli emigranti che partivano da queste regioni avevano già effettuato una prima migrazione interna, spostandosi dal meridione verso nord alla ricerca di lavoro. Circa la metà raggiunse gli Stati Uniti. L’altra metà raggiunse paesi come il Brasile, l’Argentina, la Colombia, il Perù, l’Uruguay, il Venezuela e il Canada. L’emigrazione italiana verso le Americhe continuò anche nel secondo dopoguerra fino ai giorni nostri, “dalla fuga dei braccianti all’emigrazione degli intellettuali”: un periodo, quello dal 1945 al 2000, in cui ancora milioni di italiani hanno attraversato il mare o solcato i cieli per raggiungere un sogno. http://www.iom.int/world-migration Carta dell’immigrazione ed emigrazione per Paese. Clicca sulla carta e scopri le migrazioni in entrata e in uscita dai Paesi delle Americhe, verificando anche le nazionalità di provenienza degli immigrati e l’intensità quantitativa dei flussi (fonte: iom.int/world-migration). Se ci si attiene ai numeri, sicuramente gli Stati Uniti rappresentano il Paese delle Americhe con il numero maggiore di immigrati residenti. È la terra da sogno desiderata dal mondo intero: l’american dream che a sua volta si regge su una storia faticosa fatta di immigrazione da tutto il mondo. Gli statunitensi sono cittadini del mondo: la loro storia è il risultato dell’incontro di culture differenti che sono andate via via mescolandosi nel corso delle diverse fasi di “penetrazione” del continente anche se con modalità non sempre pacifiche: dal Cinquecento, alla metà dell’Ottocento, ai primi vent’anni del Novecento, fino al 1965 e al successivo periodo che conduce la storia ai giorni attuali (leggi il focus Migrazioni ieri e Migrazioni oggi). Le interazioni maggiori sono avvenute per secoli tra europei e tra europei e nativi. Mentre solo dagli anni Sessanta in poi si è avuta una consistente immigrazione da Cina ed India, ma anche da paesi latinoamericani come Messico, El Salvador, Guatemala, Honduras. Ciò non significa che nei decenni precedenti non ci fossero arrivi da questi territori, ma con intensità minore rispetto agli ultimi cinquant’anni. Nel corso di questa storia, si è passati da politiche di regolamentazione molto aperte, soprattutto nelle iniziali e pionieristiche fasi di conquista, a politiche molto restrittive nel momento in cui i numeri venivano percepiti come un pericolo per la sicurezza e la ricchezza di chi si era già stabilizzato. Fino a metà dell’Ottocento, gli arrivi negli Stati Uniti non venivano particolarmente controllati; erano invece i paesi di partenza che monitoravano le uscite, ma con tecniche di rilevamento molto rudimentali ed approssimative, si trattava spesso di stime. In Italia, ad esempio, i primi rilevamenti statistici sulle partenze risalgono al 1876. Dalla secondo metà dell’Ottocento, gli Stati Uniti iniziarono a controllare i flussi in entrata. Fu il Chinese Exclusion Act del 1882 ad avviare ufficialmente una politica immigratoria esclusiva che selezionava gli ingressi escludendo i non graditi. I primi a subire il trattamento di esclusione furono appunto le persone provenienti dall’Asia, in particolare dalla Cina, seguite dai giapponesi (1907); ma la selezione cominciò a rendersi effettiva fin dal 1875 quando vennero negati gli ingressi a persone con disabilità, problemi psichici, ma anche a persone socialmente sconvenienti come prostitute, comunisti ed anarchici. La stessa sorte era in serbo per gli europei, preferiti rispetto agli asiatici almeno fino agli inizi del Novecento, ma sempre e comunque considerati stranieri. Alla fine dell’Ottocento, gli USA istituirono il loro hotspot o gateway verso l’America, Ellis Island, un territorio insulare sul fiume Hudson, che dal 1892 al 1954, vide arrivare oltre dodici milioni di immigrati. Qui avvenivano i controlli sanitari, “le marchiature”, le identificazioni, ma anche le detenzioni e i rimpatri forzati ai porti di partenza di chi era ritenuto “non idoneo”. Ogni anno centinaia di migliaia di persone approdavano a Ellis Island, (dal 1965, diventata area museale e dal 1990 sede restaurata del museo nazionale dell’immigrazione) ma fu nel 1907 che si superò il milione di arrivi in prevalenza dall’Europa meridionale ed orientale; il numero fu così elevato da essere considerato una minaccia per la società e la cultura americana. Fu la Commissione per l’immigrazione presieduta dal senatore Dillingham, nel 1911, ad introdurre l’idea e la necessità di una politica restrittiva e scoraggiante nei confronti degli immigrati provenienti dall’Europa meridionale ed orientale di “razza iberica/mediterranea” al fine di favorire la più gradita immigrazione dall’Europa settentrionale ed occidentale “di razza alpina”. L’idea della suddivisione delle razze venne avvallata dal lavoro scientifico della Commissione che pubblicò il Dizionario delle razze e dei popoli. L’Emergency Quota Act del 1921 istituì il meccanismo delle quote e, infine, l’adozione della National Origins Formula del 1924, contribuì a bloccare l’immigrazione annuale a quota 150.000 persone, entrata in vigore nel 1929 ed escluse del tutto l’immigrazione asiatica. Il sistema delle quote continuò fino al 1952, ma vennero rimosse le restrizioni razziali. Solo nel 1965 prese fine il sistema d’immigrazione creato dal National Origins Act e le quote discriminatorie abolite. In quell’anno, gli Stati Uniti aprirono le loro porte al mondo intero senza più esclusioni. Emigrare negli Stati Uniti oggi non è né più facile né più difficile rispetto ad altri Paesi occidentali se sono soddisfatte tutte le condizioni per un’immigrazione regolare. L’ottenimento del Legal Permanent Resident Status (LPRS), conosciuto come green card è vincolato ad alcuni fattori determinanti come la residenza permanete e il contratto di lavoro. A questo proposito, dagli anni Ottanta, gli Stati Uniti hanno avviato una politica di accoglienza di migranti, in possesso di titoli di studio, spinti dall’intenzione di proseguire gli studi o di persone altamente qualificate pronte ad intraprendere attività imprenditoriali, professionali o lavorative specifiche. Negli Stati Uniti, diversamente che in Italia (leggi il focus Italia), vige il principio dello ius soli, secondo il quale la cittadinanza si acquisisce come conseguenza del fatto di essere nati in un determinato paese indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori e a prescindere dalla loro situazione di regolarità o irregolarità. Una delle principali questioni che caratterizzano la politica immigratoria statunitense è il flusso di migranti irregolari provenienti dall’America centrale, in particolare dal Messico che con gli Stati Uniti condivide un confine lungo oltre tre mila chilometri. Il contatto diretto è tra quattro stati americani, Texas, Arizona, California e New Mexico e sei stati messicani Baja California, Sonora, Chihuahua, Coahuila de Zaragoza, Nuevo León e Tamaulipas: la geografia del confine è particolarmente complessa. La storia dei legami “migratori” tra gli Stati Uniti e il Messico, paese storicamente di emigrazione, ma anche di immigrazione perché di transito, posto sulla via che da sud va verso nord, meriterebbe una trattazione a sé. Qui ci limitiamo a ricordare che nell’ultimo secolo questa storia ha subito diverse modifiche e soprattutto ha visto un succedersi di diverse tipologie di migranti. Dai trasmigranti o commuters o tarjetas verdes (dal colore del documento della green card), cioè i transfrontalieri, che dagli anni Venti, erano autorizzati a lavorare negli Stati Uniti, ma risiedevano in Messico. Ai braceros, immigrati con un regolare contratto di lavoro temporaneo che risiedevano sul territorio americano, reclutati a partire dagli anni Quaranta per soddisfare il bisogno di manodopera legato all’espansione dell’industria bellica. Il numero di questi lavoratori era regolato da degli accordi tra i governi di Stati Uniti e Messico e basato su quote che chiaramente lasciavano insoddisfatte molte richieste di lavoro. Chi non rientrava nelle quote iniziò a provare degli ingressi illegali, cercando di superare il confine senza documenti: l’esplosione del fenomeno portò, nel 1954, all’operazione Wetback voluta da Eisenhower, che portò all’espulsione forzata un milioni e mezzo di indocumentados in un anno. Il fenomeno dei migranti irregolari, chiamati ancora oggi in modo dispregiativo in vari modi taco nigger, border nigger, border hopper, border bunny, wetback, river-crosser – il fiume che attraversano è il Rio Grande – non ha subito variazioni a ribasso in seguito ad operazioni di respingimento evidentemente in contrasto con i diritti umani o alla costruzione del Border Wall, avviata nel 1994, che copre solo un terzo del confine in prossimità delle zone urbane, lasciando però “scoperti” i tratti desertici e i valichi montani. I numeri dei migranti latinos – così vengono comunemente definite le popolazione dell’America centrale e meridionale – che cercano di raggiungere gli Stati Uniti attraverso il Messico sono in crescita in questi ultimi anni, in particolare dalla fine del 2013. In aumento sono i giovani tra i 14 e i 18 anni, le donne con a seguito figli tra gli 0 e i 18 anni, e un particolare gruppo etnico proveniente dai Caraibi, i Garifuna che si spostano in gruppi di cinquanta, cento persone a seguito delle confische delle loro terre da parte dei Governi locali per attribuirle a titolo gratuito o quasi a multinazionali del turismo o dell’industria estrattiva. Con le persone che si spostano aumentano anche i trafficanti, conosciuti con il nome di coyote. L’effetto di tutto ciò è il continuo inasprirsi della politica immigratoria statunitense nei confronti dei centroamericani, anche grazie al sostegno del governo messicano. Se gli Stati Uniti sono una meta ambita per molte persone in cerca di futuro, è da ricordare che dagli Usa anche si emigra, pur non essendo la prima vocazione del Paese: nel 2015 erano poco meno di tre milioni i residenti all’estero, non così numerosi però se si pensa che l’Italia, più piccola e numericamente meno abitata, presenta gli stessi numeri di persone in uscita. |