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Focus 3a: migrazioni l'altro ieri La prima grande migrazione coincide con l’inizio dell’età della pietra, il paleolitico, circa due milioni e mezzo di anni fa, quando gli abitanti della terra ancora prevalentemente nomadi hanno iniziato a spostarsi dai territori dell’Africa orientale verso l’Europa e l’Asia. A queste migrazioni via terra si aggiungono – in epoche più recenti, circa 3.500 anni fa, anche le migrazioni marittime su lunghe distanze – provenienti da Samoa – che hanno contribuito allo straordinario popolamento delle isole del Pacifico, Melanesia, Polinesia, Nuova Zelanda e Hawaii. La “mezzaluna fertile”, una terra vasta e fertile dove si diffuse il grano e l’orzo selvatico fin da 7.500-6.000 anni fa, compresa tra il Mar Rosso e il Golfo Persico (una mezza luna con una punta che, dal Sinai, passa per la Palestina, comprende Siria e Turchia, scende toccando l’Iraq curdo e chiude con l’altra punta sulle regioni occidentali dell’Iran), era considerata un luogo di scambi e di comunicazione tra i popoli, ma anche un’area da conquistare. Fin da allora, la cattura di persone che venivano schiavizzate per l’esecuzione di lavori pubblici e di manodopera agricola rappresentò una prassi assai diffusa. La nascita della civiltà urbana, in Mesopotamia (nell’attuale Iraq), Anatolia, Palestina, Siria ed Egitto all’incirca a partire da 5.000 anni fa, dal 3.500 a.C., provocò una trasformazione nella natura delle migrazioni legate a spostamenti di persone per scopi bellici o insediativi. È con l’antica Grecia che si attivarono le prime politiche d’immigrazione finalizzate al decongestionamento della città di Atene che era stata investita da un importante carico demografico. L’aumento demografico risultava difficile da gestire a livello economico in quanto il territorio montuoso della Grecia non favoriva lo sviluppo dell’agricoltura, a livello sociale, a causa del malcontento delle classi contadine e a livello politico, in quanto l’insoddisfazione portava alla maturazione di un’opposizione ai regimi aristocratici da parte delle popolazioni. Per far fronte a queste problematiche l’invio di coloni alla conquista di nuove terre esterne alla Grecia fu un’operazione politica ben organizzata e strategicamente funzionale al mantenimento del potere da parte delle città greche e di Atene. A partire dalla metà circa del secolo VIII a.C., un vasto movimento migratorio di popolazioni greche investì la Sicilia ed alcune regioni dell’Italia meridionale, si fondarono nuove città, si intensificarono gli scambi. Successivamente, la costruzione dell’impero romano si basò su una politica “inclusiva” che prevedeva la concessione di cittadinanza ed altri privilegi al fine di fidelizzare i non romani conquistati. Si preferiva fare in modo che gli “stranieri” diventassero cittadini romani, assimilandone la cultura, per evitare future ribellioni. Nonostante questa politica, è interessante notare come fu proprio l’arrivo massiccio dei goti, popolazioni germaniche provenienti da est in fuga dalla minaccia degli unni, a far vacillare la potenza dell’Impero Romano. Giunti in Tracia (tra le attuali Bulgaria, Turchia e Grecia), i goti dovevano essere ricevuti dall’esercito romano che aveva ordini di provvedere a vitto e alloggio. La storia ci racconta che i fondi stanziati per questi migranti in fuga vennero dirottati e i beni di prima necessità venduti. La rabbia dei goti, traditi, umiliati, affamati, crebbe fino ad esplodere nell’assalto di Adrianopoli, nell’attuale Turchia. Era il 9 agosto del 378 d.C. e l’esercito romano subì una sconfitta che ebbe delle conseguenze permanenti: ne seguì il riconoscimento della presenza germanica dentro i confini dell'impero, che diventò progressivamente una confederazione di potentati fino alla sua definitiva caduta nel 476 d.C..1 È da questa configurazione che si formeranno i regni che in Europa occidentale e in Africa settentrionale domineranno il Medioevo. Periodo storico che, a differenza di quanto si potrebbe essere portati a pensare, è stato un momento di grande movimento di persone dalle campagne feudali alle città incoraggiate da una normativa che liberava dalla servitù (“l’aria della città rende liberi”) o di nemici politici sconfitti che venivano espulsi, ma anche di pellegrini, di studiosi, di mercanti che contribuirono alla costruzione dell’idea dell’estraneo colto o ricco. Nell’Europa medievale si sviluppò, infatti, un’importante cultura dell’accoglienza dell’estraneo, dello straniero, con la convinzione che la ricchezza provenisse da fuori e che il pericolo invece fosse annidato all’interno delle città. In particolare, gli spostamenti dei pellegrini attivarono una vera e propria rete di ospitalità e di cura. Molte furono le confraternite o gli ordini religiosi che si organizzarono proprio attorno a questi servizi. Questa idea dello straniero come ospite era radicata già nella tradizione greca (xenia, l’ospitalità; xenos, l’ospite)e latina (hostis, inizialmente lo straniero di cui occuparsi, diventato poi nemico da cui deriva anche “ostile”; e hospes, da cui deriva appunto “ospite”): prendersi cura dell’altro, dell’ospite, era ritenuto un dovere, come pure il rifiuto dell'ospitalità una disgrazia. Questo atteggiamento cominciò a mutare verso il XIV secolo con l’avvento di carestie ed epidemie. La convinzione che il “male” fosse portato da fuori orientò le politiche di gestione della città verso pratiche di controllo escludenti i poveri in fuga dalla scarsità dei raccolti o gli stranieri in fuga dalla guerra; anche i mendicanti divennero minacce per l’ordine della città. Queste persone iniziarono a far paura e si instaurò l’idea di isolarle, di tenerle fuori o di rinchiuderle che divenne prassi governativa attraverso l’istituzione di lazzaretti, manicomi, luoghi quindi separati dal resto della città. Alla fine del Medioevo, con la nascita degli stati nazionali e degli imperi, il fenomeno migratorio conoscerà un nuovo slancio. Le moderne “migrazioni coloniali” verranno favorite dallo sviluppo della cartografia, delle tecniche navali e di navigazione, in una parola dalla rivoluzione geografica. Quattro saranno i grandi poli migratori: Europa, Cina, India e Africa nera. Tra il XVI e il XIX secolo si apriranno nuove rotte dall’Europa Occidentale all’America settentrionale, centrale, meridionale e Caraibi con la conseguente formazione di comunità di coloni ed espansione di colonie di piantagione. Queste migrazioni cambieranno la composizione demografica del mondo. Sono i secoli degli imperi coloniali, della tratta degli schiavi e del commercio triangolare il cui risultato si è tradotto in termini numerici in due milioni di europei e dodici milioni di schiavi neri immigrati nel “nuovo mondo”. Le conseguenze per i territori di arrivo degli immigrati europei e africani, più o meno volontari i primi, forzati i secondi, sono state da un lato devastanti. Da un lato, la “conquista” delle Americhe ha portato all’assimilazione, annichilimento e distruzione delle culture locali e talvolta alla scomparsa delle popolazioni stesse. Dall’altro si sono prodotti, sul lungo termine, processi di incontro di culture che hanno portato ad esperienze di meticciato non solo biologico, ma anche culturale nel campo linguistico, sportivo, musicale, ecc.. che hanno avuto come esito la trasformazione delle culture stesse che si erano incontrate. Questo processo di trasformazione viene chiamato “transculturazione” e rappresenta un modo di intendere il processo attraverso il quale nasce un’identità culturale “nuova”, fatta di elementi differenti di due o più culture che si sono intersecati tra loro contaminandosi. É tipica delle “zone di contatto”, come ad esempio i Caraibi, quegli spazi dell’incontro coloniale dove, contemporaneamente, realtà separate da differenze apparentemente irriducibili stabiliscono delle relazioni, talvolta anche fondate sullo scontro, la violenza, la subalternità. La rotta degli schiavi neri però non andò solo in direzione ovest, dall’Africa nera alle Americhe, ma prese almeno altre due direzioni. Una interna al continente africano e conosciuta come “tratta africana”. Aveva come protagonisti i sovrani e le popolazioni locali: interessò quattordici milioni di schiavi. L’altra prendeva la direzione nord. Conosciuta come la “tratta musulmana”, spostò diciannove milioni di schiavi che vennnero impiegati nei paesi musulmani.2 I primi tentativi abolizionisti iniziarono nel XVIII secolo, ma solo dalla metà del XIX la tratta degli schiavi è stata in buona parte annullata. Paradossalmente, l’impegno di pattugliare le coste africane e controllare i traffici di uomini e di merci diventò per le capitali europee anche un pretesto legittimo per la corsa all’Africa. Iniziarono, infatti, fin dalla fine del Settecento a costruire avamposti lungo le coste africane da dove poi partì la penetrazione del continente senza mai costruire colonie di popolamento, ad eccezione dell’Algeria (dove si trasferirono quasi due milioni di francesi ), della Libia (sogno degli italiani) e del Sud Africa (per i coloni olandesi e inglesi). Con l’esaurirsi della tratta non si esaurì però il bisogno di manodopera per le piantagioni d’oltre oceano nei Caraibi e nelle Americhe e rimase scoperta una forte domanda di lavoro. A partire dalla fine dell’Ottocento questo bisogno venne colmato con il reclutamento di lavoratori asiatici, in particolare indiani e cinesi, con contratti e relativi compensi, le cui condizioni però non erano lontane da quelle di chi li aveva preceduti. Sono conosciuti come coolie: una via di mezzo tra gli schiavi, cioè migranti forzati e i braccianti-operai-manovali, migranti economici del XX secolo.3 __________________________________
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