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Focus 3c: migrazioni oggi Nel trentennio glorioso, dal 1946 al 1975, le migrazioni ripresero consistentemente da est a ovest, dall’Europa verso le Americhe, ma anche in un’altra direzione: da sud verso nord. I margini del mondo iniziarono a bussare alle porte dei centri: dalle ex colonie, “liberate” dal colonialismo attorno agli anni Sessanta, si cominciò a raggiungere l’Europa, ma anche l’America del Nord, Stati Uniti e Canada. Continuarono anche il flussi tra Europa e Nord America. Leggi il focus Nel mondo oggi. A questi spostamenti da un continente ad un altro, vanno affiancati i movimenti interni agli stessi e interni ai singoli Paesi. L’Italia non fa eccezione. Dal secondo dopo guerra alla metà degli anni settanta, sette milioni di italiani e italiane si sono spostati all’estero, ma anche internamente da una regione all’altra in varie direzioni, da est a ovest, in particolare verso Milano, Torino, Genova, nel “triangolo industriale”, da nord al centro, in particolare verso la capitale, da sud verso nord; vennero abbandonate le zone rurali e si stabilirono nuovi percorsi di vita nelle città. In questa fase e nella successiva, dagli anni Ottanta in poi, aumentò la differenziazione nei “tipi” di migranti: dai progetti migratori a lungo termine, ai migranti colti e professionalmente qualificati, ai migranti illegali, ai richiedenti asilo, ai migranti “pendolari” e alle migrazioni da sud si aggiunsero anche quelle da est, dai margini dell’Europa, in particolare in seguito alla caduta del muro di Berlino (1989). Soprattutto queste migrazioni da est si femminilizzarono, cambiando il volto sociale e demografico dei paesi di partenza. Dagli anni Ottanta ad oggi, ad esempio, l’Italia si trasformò da paese d’emigrazione a paese d’immigrazione. Leggi il focus Italia. La ripresa anche di un’importante emigrazione dall’Europa occidentale e meridionale, in particolare verso la fine del Novecento e l’inizio del nuovo millennio, ha interessato esperti tecnici e amministrativi, figure professionali altamente istruite, in possesso di laurea e/o dottorato disposti a costruirsi un futuro altrove. Questi flussi assumono le caratteristiche di un’emigrazione auto selettiva composta da lavoratori o studiosi altamente qualificati. Le destinazioni dei “cervelli in fuga” sono altri paesi europei, ma anche Canada, Stati Uniti, Australia. In generale, per quanto riguarda gli spostamenti interni all’Europa, questi hanno avuto impulso grazie alla caduta dei regimi comunisti prima e all’allargamento dell’Unione Europea dopo. Nel 2014, sono 7,3 milioni i cittadini dell’unione che lavorano in un altro Stato membro e un milione sono i lavoratori transfrontalieri. Leggi il focus Europa. I cervelli sono emigrati anche da altre aree del mondo come Egitto, Iran, India, ecc. In Italia, nel 2015 gli espatri sono stati 107.529, 35,8% di questi aveva un'età compresa tra i 18 e i 34 anni; in totale, nello stesso anno erano 4.636.647 gli italiani, prevalentemente uomini anche se il numero delle donne è in crescita, che vivevano all'estero. L'Italia sta riprendendo ad emigrare.1 Leggi il focus Italia. In continua crescita sono i numeri dei migranti “post-industriali”, spesso illegali, verso Stati Uniti, Giappone, Europa, Arabia Saudita, Qatar quale esito di un mercato della manodopera sempre più sregolato e flessibile, con forti pressioni per ridurre il costo del lavoro, i quali costituiscono un fondo di manodopera occasionale disponibile in qualsiasi momento e per qualsiasi posto. La storia ci dimostra che la migrazione è parte di un processo di globalizzazione che fa parte dell’umanità, che non è un fenomeno eccezionale e che non ha mai un unico andamento: sedentarietà e mobilità non sono caratteristiche indelebili dei popoli del mondo. Siamo tutti sedentari e migranti a seconda del periodo storico e dello spazio geografico che occupiamo. Leggi il focus Nel mondo oggi. Infine, la storia, anzi le storie ci dicono che non sempre chi emigra è colui/colei che soffre di più; anche chi decide di non partire ha le sue sofferenze e gli attuali dibattiti italiani, gli spettacoli mediatici, i discorsi più popolari denotano le sofferenze di una società che si vuole sedentaria ed è incapace di gestire la presenza di cittadini stranieri, mancante di strumenti, anche di mezzi, soprattutto culturali per rendersi conto che non c’è alcunché di sconvolgente in ciò che sta accadendo. Sarebbe però opportuno cambiare il punto di vista, cioè spostare l’attenzione dai fattori di spinta, i cosiddetti pushing factor, definiti come povertà, sovraffollamento, instabilità politica, catastrofi ambientali, che non significa dimenticarli (si veda nel focus Quali cause come essi siano estremamente rilevanti), ai fattori di traino, i pulling factor. Ciò significa spostare lo sguardo dai paesi di provenienza a quelli di arrivo. Concentrarsi sull’Italia, sull’Europa – senza demonizzare uno sguardo eurocentrico – perché è forse il tempo di capire che abbiamo “bisogno” di migrazioni in entrata, che non dobbiamo pensare di “sviluppare” altrove, che non è “aiutandoli a casa loro” che ci liberiamo dalle “invasioni”, solo per citare uno degli stereotipi più diffusi e consolidati.2 Abbiamo bisogno delle migrazioni anche perché il vecchio continente sta vivendo una crisi demografica importante. Mai come oggi le migrazioni ci pongono dinnanzi l’urgenza dirompente di risolvere i problemi insieme, superando obsolete logiche coloniali inadeguate a gestire un mondo che è già cambiato. Insieme significa facendo incontrare chi parte e arriva con chi resta. Historia magistra vitae. __________________________
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