icona_youtubefacebook

Focus 3b: migrazioni ieri

Tra il 1850 e il 1914, cinquanta milioni di europei migrarono negli Stati Uniti, in Sud America, Australia e Nuova Zelanda, ma anche verso paesi dell’Africa settentrionale e il Sud Africa dove si crearono delle vere e proprie colonie di popolamento. Il Novecento è stato tante cose, tra le quali “il secolo della migrazione”, la “grande migrazione”. L’obiettivo era la ricerca di “fortuna”. Come mai gli abitanti della vecchia Europa iniziarono a proiettare i loro sogni di futuro verso nuove terre? Innanzitutto perché demograficamente ed economicamente i paesi europei avevano iniziato a crescere. Da un lato, quindi, incremento della popolazione, legato al miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie, decollo industriale, riduzione dei costi di trasporto e miglioramento degli stessi sono stati i motori della grande migrazione. Dall’altro però, anche la crisi agraria e la comparsa di nuove potenze agricole d’oltreoceano come gli Stati Uniti, l’Australia, l’Argentina hanno contribuito alle partenze. Leggi il focus Migrazioni economiche.

Si cominciò a pensare all’emigrazione quando si innescò un minimo regime di crescita: per spostarsi servivano risorse, altrimenti sarebbe stato difficile organizzare lo spostamento. Infatti, la motivazione a partire era spinta dal “desiderio” di migliorare la propria vita, di raggiungere un certo benessere, che era cosa diversa dal bisogno. Infatti, chi partiva (ma anche chi parte oggi) non sono gli ultimi degli ultimi, i disperati, erano bensì persone e famiglie motivate che pensavano di farcela, con buona capacità di adattamento e flessibilità.

La prima grande migrazione europea a cavallo tra la seconda metà dell’Ottocento e il primo decennio del Novecento: fu una migrazione globale, transoceanica determinata da una reazione ai flussi di capitale nell’economia atlantica, alla liberalizzazione degli scambi, e resa possibile dal miglioramento nei trasporti, soprattutto delle navi a vapore e delle ferrovie. La mobilità degli europei variava da regione a regione e si configurava come migrazione di manodopera che si traduceva in impieghi manuali, di basso livello, dequalificanti, ecc.. Diversamente da quanto si pensava e si pensa questa migrazione non sottraeva lavoro ai locali, piuttosto occupava quei posti che altrimenti sarebbero stati tralasciati o denigrati. L’intensità dei flussi generò delle “migrazioni a catena” che portarono alla nascita di solide comunità di immigrati nelle città a immigrazione su vasta scala come Little Sicily di Lower North Side di Chicago o la ben nota Chinatown a New York, solo per ricordare due esempi, luoghi dalle identità sradicate e ricostruite.

Alla costruzione di questa storia europea dell’emigrazione ha dato un contributo importante l’Italia. I primi dati statistici delle partenze risalgono al 1876, ciò non significa che prima non si partisse, ma i dati precedenti sono basati su delle stime. L’emigrazione italiana, come tutte le storie di migrazione, non è unitaria, bensì complessa, differenziata regionalmente, con specifiche caratteristiche di genere, di età, di estrazione sociale, di livello di istruzione a seconda delle diverse fasi. Ne possiamo individuare quattro: dal 1876 al 1900, dal 1900 alla prima guerra mondiale, dal dopoguerra agli anni Sessanta-Settanta e dagli anni Settanta ad oggi (per approfondimenti leggi Cristiano Zepponi, “L’emigrazione italiana. Uno sguardo d’insieme dal 1876 ad oggi”, 2009). I dati ci ricordano che nell’arco di un secolo, dal 1876 al 1976, circa ventiquattro milioni di Italiani, pari al totale della popolazione italiana al momento dell’Unità d’Italia, sono emigrati all’estero. Questi numeri non tengono conto degli spostamenti interni.

Quella europea non fu l’unica emigrazione di massa. Tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, come già accennato sopra, anche cinesi e indiani si spostarono in Birmania, Ceylon e Asia meridionale, ma anche in altri paesi dell’Africa orientale e meridionale: venti milioni di lavoratori. Nello stesso periodo un milioni di giapponesi si trasferì in Brasile e quasi otto milioni di russi si insediarono nella Russia asiatica a seguito dell’espansione dell’Impero russo.

Tra il 1880 e il 1914 emigrarono anche due milioni di ebrei dalla Russia zarista e da altri paesi dell’Europa orientale: un milione e mezzo verso gli Stati Uniti e circa mezzo milione verso i paesi dell’America meridionale, il Canada, i paesi dell’Europa occidentale e meridionale, la Palestina. Un atteggiamento persecutorio esercitato dallo Stato contro le comunità ebraiche, i molteplici pogrom che subirono, una congiuntura economica sfavorevole furono le cause dell’esodo forzato.

In seguito, tra il 1914 e il 1945 ci fu il blocco migratorio. Le due guerre mondiali, le politiche restrittive che anticiparono e seguirono la crisi del 1929, la creazione del blocco orientale e di quello occidentale e la loro separazione, che impedì l’emigrazione da est, caratterizzarono questo periodo in Europa. Paradossalmente, se da un lato si arrestarono le migrazioni “volontarie”, dall’altro le guerre contribuirono a creare flussi migratori forzati legati agli spostamenti dei confini e alle espulsioni di massa delle “minoranze”. L’Europa fu, proprio durante il periodo caratterizzato da quella che è stata definita da alcuni la “guerra dei trent’anni del XX secolo” (1914-1945), l’epicentro mondiale dello spostamento forzato. Leggi il focus Migrazioni politiche.