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Focus 2a: migrazioni economiche

Nel panorama delle cause che spingono alla migrazione o che attirano le persone a migrare ci sono l’economia, il lavoro, un salario degno, lo stare bene. Come spesso avviene le motivazioni di chi parte sono complesse. Un lavoro migliore o semplicemente l’opportunità di trovare un lavoro non sono l’unica ragione, ma occupano un peso importante nella scelta di partire. Leggi il focus Quali cause.

Migrazioni economiche, migrazioni per lavoro, migrazioni di manodopera, in inglese labour migration. Cosa significa? Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (IOM), le migrazioni economiche definiscono il movimento di persone da un paese ad un altro a scopo lavorativo.

Attualmente, le persone che lavorano in un paese differente da quello in cui sono nate, sono, secondo l’Organizzazione internazionale per il lavoro (ILO) 150 milioni su un totale di circa 244 milioni di migranti regolari (fonte dati: UN International migrant stock 2015): rappresentano elementi chiave della globalizzazione e dell’economia globale. I restanti 94 milioni sono bambini, giovani, donne e anziani che, per motivi differenti, non fanno parte del mercato del lavoro.

La globalizzazione, i mutamenti demografici, i conflitti, le disuguaglianze di reddito e il cambiamento climatico incoraggiano sempre più i lavoratori e le loro famiglie a spostarsi verso luoghi sicuri politicamente e socialmente, dove la pace e la sicurezza non sono diritti negati, dove ancora c’è speranza di trovare un lavoro degno. Quando il progetto migratorio si realizza, queste persone diventano finanziatori dello sviluppo dei loro paesi di origine, attraverso l’invio delle rimesse, ma anche i paesi di destinazione beneficiano della loro presenza.1

Nell’affermare il reciproco arricchimento, non si possono tralasciare le difficoltà di gestione che il processo migratorio implica e le sfide che i governi dei paesi di arrivo si trovano a fronteggiare in termini di riconoscimento e protezione, di rete e di cooperazione al fine di massimizzarne i benefici. Non sempre le soluzioni politiche sono le più efficaci, spesso la condizione dei migranti resta vulnerabile, incerta, esposta ad una molteplicità di rischi, sia durante il viaggio, sia durante la permanenza nel paese di destinazione. Lavoro illegale “grigio” o “nero” fatto di retribuzioni basse, evasione fiscale, mancanza di sicurezza; sfruttamento; caporalato2 sono sempre presenti.

In Italia, vivono oltre cinque milioni di cittadini di origine straniera (fonte: ISTAT, 1° gennaio 2016). Circa la metà sono lavoratori, 87% dei quali svolge un lavoro dipendente: essi rappresentano il 10,8% dei lavoratori totali. Nella narrazione dell’immigrazione si tralascia esplicitamente il contributo economico di queste persone. Questo 10% di popolazione attiva produce l’8,8% della ricchezza nazionale, per una cifra complessiva di oltre 123 miliardi di euro e nel 2015 ha pagato la pensione a 620 mila italiani, perché di pensionati stranieri ce ne sono ancora pochi e la spesa loro dedicata è contenuta.3

Nonostante dal 2007 l’Italia e il mondo intero stiano vivendo un’importante crisi economica con trend di crescita negativi, il 2015 si è caratterizzato per un miglioramento nel settore lavoro e migrazione confermato dall’ultimo Rapporto I migranti nel mercato del lavoro in Italia del 2016 curato dalla Direzione Generale dell'Immigrazione e delle Politiche di Integrazione del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Sebbene i lavoratori migranti siano impiegati prevalentemente con profili esecutivi, il livello di istruzione sia superiore rispetto agli impieghi svolti e il numero di famiglie di immigrati senza alcun percettore di reddito sia ancora molto elevato, “i dati del 2015 registrano una crescita”. In particolare è aumentato il numero degli occupati comunitari (+34.300 circa) e non comunitari (+30.650 circa), ma anche degli occupati italiani (+121 mila circa). Si tratta di una netta discontinuità rispetto a quanto avvenuto negli anni interessati dalla crisi economica: ora, infatti, tutte le componenti osservate presentano andamenti positivi”.

Secondo i dati che abbiamo a disposizione, non ci sono elementi per sostenere lo stereotipo “l’immigrazione toglie lavoro agli autoctoni”, gli immigrati non rubano il lavoro. Essi sono complementari, più che concorrenti perché vanno ad occupare settori lavorativi che gli autoctoni hanno abbandonato da tempo perché considerati umilianti, poco remunerativi, sporchi. Senza farne una trattazione in questa sede, vale la pena ricordare che la presenza degli immigrati sul lungo periodo ha consentito un aumento dei salari dei nazionali; il lavoro domestico delle immigrate ha favorito l’inserimento o il rientro nel mercato del lavoro delle italiane; la disponibilità del lavoro degli immigrati ha mantenuto bassi i prezzi di alcuni servizi non solo in ambito domestico; e non ha abbassato la produttività i cui risultati negativi, almeno in Italia, non dipendono dagli stranieri, ma dalle rigidità del mercato e dallo scarso rendimento del capitale umano.4

Il lavoro è un diritto inviolabile. Se un luogo non offre opportunità lavorative soddisfacenti, sicure, degne, spinge i suoi abitanti a cercarle altrove, dove il lavoro è disponibile. La storia è molto più complessa in quanto a motivare le spostamento non è solo la ricerca di lavoro, di un salario più dignitoso o di migliori condizioni di vita, ma ai fini del nostro discorso ci accontentiamo di inserire il lavoro ed altri fattori economici tra quelli che solitamente vengono chiamati pushing e pulling factor.

I primi sono i fattori di spinta o espulsivi, quelli che spingono a migrare per necessità, come la mancanza di opportunità economiche, le persecuzioni religiose o politiche, le condizioni climatiche rischiose.

I secondi invece rappresentano i fattori di attrazione, quelli che invitano le persone a migrare alla ricerca di migliori prospettive, come la disponibilità di lavoro, la libertà politica e religiosa, la percezione di un ambiente sano e sicuro. Com’è facilmente intuibile, uno stesso fattore può essere di spinta e di traino. Le migrazioni, infatti, hanno a che fare anche con i processi storici, con le relazioni coloniali e neocoloniali ad esempio, e riproducono le logiche di sfruttamento dei paesi più vulnerabili da parte di quelli economicamente e finanziariamente più potenti attraverso scambi ineguali.

La migrazione sarebbe quindi una conseguenza della dominazione dei centri sulle periferie: la colonizzazione e oggi lo sviluppo globale hanno contribuito a creare quelle contraddittorie condizioni culturali e materiali che hanno favorito le migrazioni dalle ex colonie. L’accaparramento delle terre fertili da parte di multinazionali, i conflitti per le risorse guidati dalle potenze economiche e finanziarie, l’occidentalizzazione del mondo attraverso le mode, i gusti, le culture senza un’adeguata maturazione sociale sono solo alcuni dei fattori che spingono ad inseguire i sogni in altre terre.

Questo processo di fuoriuscita, solitamente intrapreso dalle persone più coraggiose, ambiziose e scaltre, non fa altro che accrescere il divario tra i luoghi di origine e destinazione dei migranti: il fenomeno si chiama brain drain, drenaggio di cervelli. Riguarda tutti i Paesi, quelli ad economie avanzate, in via di sviluppo o vulnerabili. In particolare, nel caso di questi ultimi, la fuga delle persone significa, da un lato, un depauperamento delle energie giovani, vitali per costruire il futuro dei luoghi di origine e, dall’altro, un arricchimento di forze, anche forza lavoro, per i paesi di arrivo. La questione è complessa e, in tempi di sbarchi, file alle frontiere, muri e problemi di accoglienza richiederebbe continui studi, approfondimenti, letture. Invece facciamo di tutto per semplificarla, fino a banalizzarla. L’errore è commesso a tutte le scale, da quella nazionale dei decisori politici, a quella più locale.

C’è da ricordare inoltre che con l’intento di fare chiarezza sulle cause della migrazione, in modo da gestirle più ordinatamente, si è creato il falso mito che chi si sposta per necessità e forzatamente, ad esempio chi è in fuga da una guerra, sia fondamentalmente un “buono” e, se possibile, sia meritevole di attenzioni e cure. Chi viaggia invece alla ricerca di un lavoro e di una vita migliore è considerato “meno buono” perché “potrebbe benissimo stare in patria”, “non andare altrove a portar via il lavoro”, “ad invadere le città” e ogni altro stereotipo che caratterizza l’immaginario dei “nativi” nei confronti delle persone immigrate.

Insomma, chi scappa da una guerra sarebbe meritevole di aiuto, potrebbe fare richiesta di asilo e potrebbe essere considerato un rifugiato, perché è un diritto (leggi il focus Migrare, un diritto); gli altri, i “migranti economici” appunto, quelli che vogliono migliorare la loro vita e sono alla ricerca di condizioni economiche più vantaggiose, non sarebbero invece così graditi (leggi il focus Futuro, un diritto?). La questione però non è attribuire all’una o all’altra scelta un’etichetta che ne distingua il valore: negativo o positivo, ma interrogarsi sul fatto che ogni libera scelta di partire è legittima e dovrebbe essere riconosciuta come tale.

Questa distinzione tra rifugiati e migranti economici è stata introdotta nei primi anni Settanta da uno studioso di migrazioni di origine ungherese, Egon Kunz, lui stesso migrante, uno dei 170.000 profughi che hanno lasciato l’Europa dilaniata dalla seconda guerra mondiale per diventare i “nuovi australiani”. Essa riflette la semplificazione dentro la quale le politiche migratorie, a livello internazionale e nazionale, gestiscono anche oggi la problematica, ma è evidente che tale distinzione non renda giustizia alla complessità del problema. In ogni caso, anche se ricevere asilo è un diritto per un rifugiato, la sua concessione dipende dalla volontà degli Stati e non dall’effettiva situazione del migrante. Non è ugualmente un diritto andare alla ricerca di un futuro migliore, anche provando ad accedere ad un lavoro degno? Il riconoscimento di questi diritti contribuisce alla costruzione dell’identità della persona migrante, sempre tesa tra ciò che è stato e ciò che non è ancora, senza più punti fissi e con il desiderio di costruire riferimenti, confrontata con la diversità, abitante di uno spazio frammentato dove ogni certezza è andata in frantumi, tranne quella di esistere, quando ce la fa.

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  1. Francesca Paci, Quelli che ‘W l’Italia’: storie di migranti di successo, La Stampa,. 09/07/2015 e Edoardo Segantini, Immigrati di talento: ecco cinque storie di successo, Corriere della Sera, 16/02/2016.
  2. Osservatorio Placido Rizzotto/CGIL/FLAI, Terzo rapporto agromafie e caporalato, 2016.
  3. Fondazione Leone Moressa, Rapporto 2015 sull'economia dell'immigrazione e Confindustria/Centro Studi Confindustria, Dati del Rapporto scenari economici sul ruolo economico dei “nuovi italiani”, 2016.
  4. Stefano Allievi, Giampiero Dalla Zuanna, Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione, Laterza, 2016.