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Focus 2c: migrazioni politiche

Dittature, persecuzioni, soprusi, guerre, genocidi, “pulizie etniche”, violenze sono motivi che spingono a migrare. Come per altre cause, anche quella “politica” non è mai l’unica: è una combinazione di più circostanze che spinge le persone a partire. Leggi il focus Quali cause. Ci sono stati e ci sono però nella storia situazioni o periodi in cui la causa politica ha prevalso quale motore di migrazioni su larga scala, costringendo allo spostamento migliaia, milioni di persone, mettendole in fuga o espellendole. Ricordiamo qui di seguito alcuni frammenti, non esaustivi, di storia contemporanea che ci paiono significativi e, fatta eccezione per alcuni, non sempre così noti.

1946-1947. La complessa situazione del confine orientale italiano alla fine della seconda guerra mondiale e l’occupazione militare da parte di Tito di Istria, Fiume e Dalmazia, poi annesse alla Jugoslavia a seguito del trattato di Parigi del 1947, mise in fuga 350 mila istriani e dalmati di lingua italiana. Una delle clausole del trattato di Parigi disponeva che le persone residenti nel territorio ceduto avrebbero perso automaticamente la cittadinanza italiana, ma dava la possibilità di optare per quella italiana entro un anno dall’entrata in vigore del trattato. Veniva però data facoltà allo Stato al quale erano state cedute le terre di esigere il trasferimento in Italia di tutti quei cittadini che avessero optato per il mantenimento della cittadinanza italiana. Tito si avvalse di questa clausola e questa scelta fu il fattore scatenante l’esodo giuliano-dalmata, conosciuto anche come esodo istriano.

1947. La spartizione dell’India britannica portò alla nascita di India e Pakistan, il quale all’epoca era diviso in due parti una delle quali è poi divenuta Bangladesh nel 1971. Nonostante l’azione nonviolenta promossa da Ghandi, le zone settentrionale di confine tra India e Pakistan, si trovarono devastate dalle violenze dove le differenze religiose vennero strumentalizzate politicamente per dividere le comunità indu da quelle musulmane. Il massacro di Calcutta dell’agosto 1946 inaugurò un periodo di violenze che culminarono in una vera e propria pulizia etnica, l’intento politico era di dimostrare l’incompatibilità tra indu e mussumani: almeno 15 milioni di persone furono obbligate a spostarsi dando origine ad una migrazione forzata ininterrotta fino al 1955. Le rotte avevano una doppia direzione: indu e sikh si spostavano verso l’India, i musulmani verso il Pakistan; lungo i percorsi entrambe le comunità subirono violenze inaudite: la stima delle vittime è imprecisa, oscilla tra duecento mila e due milioni. La violenza diventò una risorsa politica da impiegare con professionalità, precisione, strategia. Ancora oggi, i segni di quelle migrazioni sono visibili nelle città dell’India settentrionale e del Pakistan che conservano dei quartieri abitati dalle nuove generazioni di profughi sopravvissuti al processo migratorio forzato a cavallo tra gli anni Quaranta e Cinquanta del secolo scorso.

Fine anni Settanta. Migliaia di cambogiani si rifugiarono in Thailandia per fuggire dall’oppressione del governo di Phnom Penh. Oggi dalla Cambogia si continua a migrare nella stessa direzione nonostante le forti tensioni tra i due paesi: nel 2014 sono stati 270.000 i migranti cambogiani ad essere espulsi al governo di Bangkok perché “irregolari”.

Nello stesso periodo, migliaia di vietnamiti del sud furono costretti a lasciare la loro terra. Nel 1975 il Sud fu invaso dal Vietnam del Nord che impose un regime comunista, unificò le due metà e trasformò il paese in un grande gulag. In un decennio, quasi un milione di persone fu costretto a partire senza una destinazione precisa e la fuga continuò fino alla fine degli anni Novanta. Queste persone sono conosciute come boat people, le genti delle barche. Vale la pena ricordare che l’Italia, nel 1979, prese parte ad una missione di salvataggio che portò in Italia quasi un migliaio di profughi vietnamiti.

Le guerre in Afghanistan, quella dei dieci anni di invasione da parte dell’Unione Sovietica (1979-1989), quella del 1992 e quella iniziata nel 2001 generarono milioni di profughi che si insediarono nei paesi limitrofi, come Pakistan e Iran.

1972. Idi Amin, presidente dittatoriale dell’Uganda dal 1971 al 1979, decretò l’espulsione di oltre 50.000 “asiatici”, qualche fonte arriva a 80.000, prevalentemente indiani gujarat e pakistani residenti nel paese africano ai quali venne intimato di andarsene entro tre mesi. La presenza degli “asiatici” in Uganda risale alla fine dell’Ottocento quando vennero reclutati come coolie, lavoratori a contratto, dalla corona britannica per la costruzione della ferrovia Mombasa-Kisumu-Kampala. Comunicata alla nazione come un sogno premonitore in cui gli era apparso Allah, la cacciata aveva ben altri obiettivi che rientravano nella sua “guerra economica” finalizzata alla liberazione dell’Uganda dalla dominazione straniera. Considerato che i gujarat gestivano buona parte delle piccole e medie imprese ugandesi, la manovra ebbe l’indesiderato effetto di indebolire gravemente l’economia nazionale.

1980. Éxodo del Mariel. Siamo nelle Americhe. I protagonisti furono i governi di Cuba e degli Stati Uniti e 125.000 migranti cubani. Spinti dalla recessione economica dell’isola, nel 1980 furono anche “autorizzati” dal governo centrale ad andarsene imbarcandosi dal porto di Mariel come risposta alla politica statunitense che tentava di destabilizzare la rivoluzione. Un successivo accordo tra i due paesi prevedeva che questi marielitos potessero entrare negli Stati Uniti, la Florida fu il primo approdo; furono infatti chiamati temporaneamente “entranti” perché non potevano essere considerati rifugiati. Le partenze del 1980 sono solo un tassello della storia dell’emigrazione cubana iniziata nel 1953.

In particolare verso gli Stati Uniti, negli anni Ottanta, emigrarono anche milioni di sudamericani in fuga dai conflitti in Nicaragua e El Salvador.

1991. L’Italia fu interessata dallo sbarco di migliaia di albanesi in fuga: in un solo giorno, il 7 marzo, ne arrivarono a Brindisi 27.000 con imbarcazioni di tutti i tipi; l’8 agosto, da una sola nave attraccata a Bari ne scesero 20.000. Era l'epoca “delle forze oscure" in Albania: nessuno sapeva di chi fidarsi, chi avesse il potere, chi rappresentasse chi e alla vigilia delle elezioni di marzo, dopo la caduta del regime comunista di Enver Hoxha, gli albanesi decisero di lasciare il paese con la convinzione di non poter incidere minimamente sulla sua trasformazione.1

1991. La caduta Siad Barre, dittatore della Somalia e i successivi conflitti tra la Somalia e l’Etiopia contribuirono alla fuga di milioni di somali, le cui rotte oggi non si sono ancora fermate e si sono incrociate con quelle di altri abitanti del Corno d’Africa, etiopi, eritrei, sudanesi.

Nurrudin Farah, scrittore della diaspora somala, ci ricorda che “ogni volta che un nuovo impero ne rimpiazza uno vecchio, in qualsiasi regione del mondo ciò avvenga, masse di uomini e di donne si ritrovano improvvisamente a doversi trasformare in rifugiati. I curdi, i somali, i cambogiani, i vietnamiti, i tamil dello Sri Lanka e i palestinesi, condividono la stessa condizione: prima assoggettati da un impero, poi respinti, alla fine vengono annessi a un altro impero, sorto sulle ceneri di quello appena smantellato”.2

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  1. Cenni sulla storia dell'immigrazione albanese in Italia.
  2. Nurrudin Farah, Rifugiati. Voci della diaspora somala, Meltemi, 2003.