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Focus 2d: migrazioni forzate L’aggettivo è chiaro. La causa di queste migrazioni sta nella forza. La forza a sua volta può esser di diversa natura: economica, politica, ambientale, sociale. E il circolo riparte perché ogni migrazione non è mai l’esito di un solo perché (vedi focus Quali cause). Non c’è alcuna libertà in questo movimento migratorio, neppure la libertà di scegliere di lasciare il proprio paese per necessità. La storia che meglio traduce l’idea di migrazione forzata è sicuramente la tratta degli schiavi neri che ha avuto lungo corso. Il capitolo più noto è quello che interessa i secoli dal XVI al XIX e che vede l’Europa, con in testa il Portogallo, come attore mandatario degli spostamenti forzati dall’Africa verso le Americhe. Ma per l’Africa, la storia della schiavitù risale a qualche secolo prima. In particolare dal VII secolo circa i negrieri erano arabi musulmani che si spostavano anche verso Oriente per cercare manodopera da impiegare in agricoltura, nelle miniere, negli eserciti e nelle attività domestiche. Esistevano però anche tratte interne all’Africa: alcuni imperi africani riducevano in schiavitù altri popoli sia per necessità di forza lavoro sia come merce da vendere. Secondo alcune ricostruzioni, tra il VII secolo e il 1920, più di quaranta milioni di africani neri sono stati ridotti in schiavitù. Lleggi il focus Migrazioni l'altro ieri. Quali significati assume oggi il concetto di migrazione forzata così vivo ed utilizzato dal linguaggio mediatico e comune per raccontare, a distanza di decenni dall’abolizione della schiavitù, le vicende attuali di milioni di persone? A questo proposito è interessante riprendere la definizione promossa dall’Associazione internazionale per gli studi sulla migrazione forzata (IASFM). Considerando la migrazione forzata “un termine generico che si riferisce al movimento di richiedenti asilo o profughi interni, che si spostano a causa di un conflitto o di un disastro ambientale o naturale, di un incidente nucleare o chimico, a causa della carestia o di progetti di sviluppo”, si evince quanto la questione sia complessa, diffusa e pervasiva caratterizzata da una molteplicità di fenomeni. Da questa definizione si possono distinguere tre tipologie di migrazioni forzate in relazione alle cause che le provocano: conflitti, politiche e progetti di sviluppo, disastri. Prima tipologia. É indiscutibile e facilmente intuibile come un conflitto generi un movimento migratorio forzato. Senza andare troppo lontani nel passato, la realtà della Siria di oggi lo dimostra. Le stime rivelano come in cinque anni, dal 2011, anno in cui è scoppiato il conflitto, 11 milioni di siriani e siriane abbiano lasciato le loro case. Si tratta di circa la metà della popolazione totale del Paese, secondo la stima di quegli anni. Nel sesto anno del conflitto, chi è rimasto, circa 13 milioni e mezzo di persone, necessita di assistenza umanitaria. Tra quelli che sono partiti in cerca di rifugio, la maggior parte lo ha trovato nei paesi limitrofi o all’interno della Siria. 4,8 milioni sono distribuiti tra Turchia, Libano, Giordania, Egitto ed Iraq con la speranza di poter far ritorno in Patria non appena la situazione lo consenta; 6,6 milioni sono profughi interni . Un milione ha chiesto l’asilo in Europa: 300.000 richieste in Germania e 100.000 in Svezia. I dati sono dell’UNHCR, l’Alto commissariato Onu per i rifugiati. Se volessimo andare un po’ indietro nella storia, nel periodo compreso tra la prima e la seconda guerra mondiale, a seguito dell'instaurazione di nuovi regimi politici in Europa milioni di persone sono state arbitrariamente trasferite, spostate, deportate con la forza da un territorio ad un altro senza rispetto per alcun diritto umano, come punizione, bottino di guerra o altro. Lleggi il focus Migrazioni politiche. Seconda tipologia. Definire le politiche e i progetti di sviluppo cause di migrazioni forzate – emigrazione ed immigrazione –sembra addirittura contradditorio. Essendo l’obiettivo quello di generare sviluppo, sembra scontato che laddove il progetto venga realizzato provochi un miglioramento delle condizioni di vita. Non sempre è così. Infatti, se da un lato la costruzione di infrastrutture – dighe, strade, porti, aeroporti, bonifiche e riassetti urbani, ma anche progetti di estrazione mineraria, deforestazione finalizzata all’agricoltura di larga scala, conservazione/protezione di risorse forestali e realizzazione di parchi, riserve e progetti della biosfera – può generare degli effetti positivi, dall’altro può avere degli impatti negativi sulle popolazioni locali costrette ad abbandonare le loro terre per far posto al progetto, senza ricavarne alcune beneficio. Ben oltre un milione di cinesi ha dovuto abbandonare le proprie terre a causa della costruzione della più grande diga del mondo, quella delle Tre Gole completata nel 2009. Leggi il focus Migrazioni ambientali. Sempre a causa di una diga, sul Nilo azzurro voluta dall’Etiopia, la Great Ethiopian Renaissance Dam (GERD) i cui lavori sono iniziati nel 2011, circa 200.000 persone rischiano di essere spinte alla fuga; una volta conclusa sarà però la più grande diga del continente africano. Chi si sposta a causa di un progetto di presunto sviluppo, solitamente si accasa temporaneamente in un luogo vicino a quello abbandonato, nella speranza di farvi ritorno quanto prima o di essere ricompensato per il danno subito. In alcuni casi sono proprio gli inadeguati indennizzi a spingere le persone ad allontanarsi e le dighe sono tra le principali cause di spostamento forzato. Si stima che negli anni Novanta del secolo scorso, alla scala mondiale, tra 90 e 100 milioni di persone si siano spostate forzatamente a causa di un progetto di sviluppo infrastrutturale e che circa 10 milioni all’anno siano stati i profughi delle dighe. Se da una parte quindi i cosiddetti progetti di sviluppo possono forzare movimenti migratori in uscita dai territori del progetto, dall'altra essi possono essere causa di immigrazione forzata. É il caso, per esempio della Russia. La politica economica della Russia zarista prima e dell’Unione Sovietica poi ha condotto con mezzi coercitivi milioni di russi e di altri Stati limitrofi in Siberia per sfruttare le immense risorse ambientali di quell’area; senza dimenticare i campi di lavoro forzato, i gulag, che hanno coinvolto in un ventennio, tra gli anni trenta e cinquanta del Novecento, circa venti milioni di persone, detenuti di guerra, dissidenti e oppositori politici, contadini deportati. La storia contemporanea è anche una storia di migrazioni forzate e l’Europa – in particolare quella centrale ed orientale – ne è stata il centro propulsore modificando gli assetti demografici, economici e culturali del vecchio continente.1 Terza tipologia. I disastri ambientali, più o meno indotti dall’azione umana, possono avere degli impatti considerevoli sulla migrazione. Come già scritto sopra, le migrazioni causate da un disastro ambientale sono spesso legate al progetto di sviluppo: le questioni si alimentano vicendevolmente. Una più ampia discussione sull’argomento è stata proposta nel focus Migrazioni ambientali. Dentro il ragionamento sugli spostamenti forzati non si può non fare un accenno alla questione dei rimpatri, cioè quei ritorni più o meno volontari verso i luoghi d’origine o di partenza organizzati dai poteri statali. Esistono diverse tipologie di rimpatrio. Una tipologia è legata all’ordine di evacuazione per una situazione in cui, presentandosi particolari condizioni di rischio, le autorità competenti intimano ai loro cittadini l’abbandono del territorio estero di residenza. È il caso, ad esempio, dei rimpatri degli “espatriati”, lavoratori in un paese straniero regolarmente residenti, che a causa dell’imminente scoppio di un conflitto, di un’epidemia o altro vengono obbligati a fare rientro in Patria. Un’altra tipologia è quella dei rimpatri di cittadini stranieri che non soddisfano o non soddisfano più le condizioni d’ingresso, di soggiorno o di residenza in Italia o in uno stato membro nel caso dell’Unione Europea. La Direttiva europea 2008/115/CE, meglio conosciuta come “Direttiva rimpatri”, riconosce che “è legittimo che gli Stati membri procedano al rimpatrio di cittadini di paesi terzi il cui soggiorno è irregolare, purché esistano regimi in materia di asilo equi ed efficienti che rispettino pienamente il principio di non-refoulement”. Questo principio sancisce il divieto di respingimento nel caso in cui questo metta in pericolo la vita della persona. La Direttiva europea mira ad assicurare che i rimpatri avvengano nell’assoluta protezione e nel rispetto dei diritti della persona e spinge perché si preferisca “il rimpatrio volontario al rimpatrio forzato” invitando gli Stati membri a prevedere maggiore assistenza e consulenza al rimpatrio. Nonostante le precauzioni della Direttiva europea, le storie e le esperienze delle persone migranti rivelano che non sempre il rimpatrio si svolge nel pieno rispetto dei diritti umani: i casi di rimpatri forzati sono infatti numerosi, in Italia ed anche in altri Paesi europei. Il caso dell’Italia è monitorato dal Tavolo Nazionale Asilo, al quale aderiscono numerose associazioni laiche cattoliche tra le quali Acli, Amnesty, Arci, Caritas Italiana, Centro Astalli, Centro Italiano Rifugiati, Cnca, Medu, Medici Senza Fronriere, Oxfam, Save The Children, Alto Commissariato ONU per i Rifugiati. Il Tavolo ha soprattutto una funzione di denuncia delle violazioni del diritto nazionale ed internazionale in primis del divieto di refoulement, cioè di rimpatrio forzato . Il fenomeno delle migrazioni forzate è quindi ampio e complesso; si manifesta in modo diffuso sia lungo la linea del tempo sia nello spazio globale; intreccia questioni differenti e mette in campo una pluralità di attori, da quelli che subiscono la migrazione alle istituzioni, enti e autorità che a vario titolo la gestiscono. _________________________________
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