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Focus 5b: Italia

La storia delle migrazioni è fatta da chi si sposta con i documenti d’identità validi, con regolari titoli di viaggio e di permessi di entrata, come i visti, e chi viaggia senza o con documenti non validi. I primi sono quelli che vengono definiti migranti regolari o legali, gli altri sono gli irregolari o illegali.
All’interno di questi due grandi gruppi, le differenze e i singoli casi sono molteplici. C’è chi emigra ed entra con regolari documenti, ma si ritrova a distanza di tempo a non presentare più quelle caratteristiche che gli consentono di rimanere e di avere regolari documenti di soggiorno: se si trattiene nel Paese dopo la scadenza del visto o del permesso di soggiorno è considerato irregolare. Oppure il migrante può entrare in modo irregolare e trovare successivamente le occasioni per regolarizzare la sua presenza. Il discorso vale sia per chi esce da un paese, sia per chi entra; quindi, le condizioni di regolarità o irregolarità si manifestano sia nei paesi di partenza dei flussi migratori, sia in quelli di arrivo.
Qui di seguito si proveranno a presentare alcuni elementi e caratteristiche dell’immigrazione regolare ed irregolare in Italia e dell’emigrazione dall’Italia.
 
Cos’è dunque l’Italia dell’immigrazione regolare oggi?
È un’Italia sicuramente variegata: fatta di 5.026.153 persone di circa duecento nazionalità (i dati sono riferiti al 1° gennaio 2016; fonte ISTAT), tra le quali domina quella rumena; con una prevalente presenza femminile (2.644.666); e che comprende anche tanti giovani e meno giovani oramai, figli di immigrati e rifugiati nati e/o cresciuti in Italia. Di questi oltre cinque milioni, 3.931.133 sono cittadini di paesi che non appartengono all’Unione Europea, sono dunque “cittadini non comunitari”. I Paesi più rappresentati sono Marocco (510.450), Albania (482.959), Cina (333.986), Ucraina (240.141) e India (169.394). Secondo l’ISTAT, la presenza di cittadini non comunitari sta diventando sempre più stabile sul territorio in quanto sono in crescita i soggiorni di lungo periodo.
Per alcune persone, l’Italia sta diventando un luogo dove mettere radici. Per altre invece, dopo anni di vita e lavoro in Italia, è giunto il tempo del rientro per scelta o per necessità, legato alla crisi economica, a spinte ed opportunità nel paese d’origine, a motivi familiari o ad altre motivazioni.1
Nei cinque milioni sono compresi anche i figli di immigrati, nati o cresciuti in Italia che, allo stato attuale della legge, non sono però automaticamente cittadini italiani. Essi si definiscono “figli/e di immigrati” e non “immigrati/e”: non hanno compiuto alcuna migrazione, e sostengono che, anche chi tra loro è nato all’estero, ma cresciuto in Italia, “non è emigrato volontariamente, ma è stato portato in Italia da genitori o altri parenti”. Così si definiscono gli/le appartenenti alla Rete G2 – Seconde generazioni, organizzazione nata a Roma nel 2005. “G2” non sta per “seconde generazioni di immigrati, ma per seconde generazioni dell’immigrazione, intendendo l’immigrazione come un processo che trasforma l’Italia, di generazione in generazione”. Le questioni per le quali la Rete G2 si attiva sono due, ma intimamente legate. Una più giuridica, finalizzata alla riforma della legge sulla concessione della cittadinanza italiana al fine che sia più aperta nei confronti dei figli/e di immigrati per essere considerati eguali nei diritti e nei dovere ai figli di italiani.2 L’altra questione riguarda invece le necessarie trasformazioni culturali della società italiana perché sia più consapevole e in grado di riconoscere il potenziale di opportunità racchiuso in tutte le persone che abitano il territorio nazionale indipendentemente dalle loro origini.
 
In generale, la “questione” della cittadinanza per gli stranieri ruota attorno alla discussione tra lo ius sanguinis, quando la cittadinanza è un diritto che si acquisisce per nascita da almeno un genitore con cittadinanza italiana e lo ius soli, quando la si acquisisce come conseguenza del fatto di essere nati in Italia indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori. La normativa italiana attualmente in vigore – legge n. 91 del 5 febbraio 1992 e regolamenti di esecuzione n. 572/93 e n. 362/94 – prevede diversi casi di acquisto della cittadinanza, alcuni automatici ed altri subordinati al verificarsi di determinate condizioni, alla dichiarazione di volontà e ad una decisione dell'Autorità. Si può quindi diventare cittadino italiano per:
  1. attribuzione automatica: ad esempio quando si nasce da almeno un genitore italiano; o quando si viene adottati da almeno uno dei due genitori italiani).
  2. beneficio di legge: significa che la cittadinanza può essere acquisita, per esempio, da una persona che discende da cittadino italiano fino al secondo grado di parentela; o nata sul territorio italiano e qui residente legalmente ed ininterrottamente fino al raggiungimento della maggiore età che dichiara, entro un anno dal compimento del 18° anno, di voler acquistare la cittadinanza italiana; cittadinanza che viene concessa previo accertamento dell’autorità competente – Sindaco o Console o Ministero dell’Interno della presenza di alcune condizioni o requisiti.
  3. naturalizzazione: si tratta dell’'acquisizione della cittadinanza da parte di uno straniero condizionata dalla presenza di determinati requisiti come la residenza per un dato periodo di tempo sul territorio nazionale, almeno 10 anni per i cittadini non comunitari, 4 anni per i cittadini di un paese dell’UE, l'assenza di precedenti penali, la rinuncia alla cittadinanza d'origine, a seguito di matrimonio o per meriti particolari.
In generale, l’acquisto della cittadinanza italiana non pregiudica il mantenimento della cittadinanza del Paese di origine a meno che la legge di questo non vieti la doppia cittadinanza.
Attualmente la materia è discussa a livello parlamentare, ma, fatta eccezione per alcune modifiche, le diverse proposte di riforma legate all'acquisto della cittadinanza non sono state approvate o meglio, hanno trovato approvazione alla Camera  il 13 ottobre 2015, ma non ancora al Senato. Tra queste ci sono la richiesta di diminuire da 10 a 5 anni il periodo di permanenza in Italia per l’acquisto della cittadinanza; di accertare la reale integrazione linguistica e sociale dello straniero; di ridurre la discrezionalità del provvedimento di concessione della cittadinanza, che può essere negato solo per motivi di sicurezza; di ampliare i casi di attribuzione della cittadinanza ai minori stranieri nati in Italia o che, comunque, abbiano compiuto il percorso di studi in Italia. Questo ultimo è forse il punto più rilevante della riforma. È riferito come ius culturae, una nuova fattispecie di acquisto della cittadinanza, che prevede, in generale, la concessione della stessa ai minori stranieri, nati in Italia o entrati prima di aver compiuto dodici anni, che abbiano frequentato regolarmente per almeno cinque anni nel territorio nazionale uno o più cicli scolastici  o percorsi di istruzione e formazione professionale triennali o quadriennali idonei al conseguimento di una qualifica professionale. La proposta prevede inoltre che la cittadinanza possa essere concessa in via discrezionale anche in altri casi, ma sempre legata alla frequenza regolare del percorso scolastico o formazione professionale.
Per tante persone nate in Italia da genitori di origine non italiana o nate in un altro Paese, ma residenti nella penisola, la questione della cittadinanza è pregnante in quanto legata al bisogno di essere riconosciute all’interno di un contesto territoriale al quale sentono di appartenere. Il senso di appartenenza ad un luogo non è un fatto biologico, è solo in parte legato alla nascita, per buona parte si costruisce attraverso l’esperienza di vita, la cultura, la condivisione.
 
Cos’è l’Italia dell’immigrazione irregolare oggi?
Pur essendo numericamente contenuti, pur non essendoci i requisiti per giustificare “un’invasione”, come fin troppo spesso voci giornalistiche e politiche vorrebbero far pensare, si tratta di poco meno di 200.000 arrivi all’anno, se il riferimento sono gli ultimi anni.
170.000 circa nel 2014, quasi 160.000 nel 2015 e 144.000 a settembre 2016.
Di questi quasi tutti hanno fatto domanda di asilo (leggi il focus Accoglienza in Italia), ma non tutti coloro che sono sbarcati o arrivati via terra in Italia, si sono fermati. I dati del Ministero dell’Interno, riferiti alle richiesta di asilo relative al biennio 2014-2015, indicano una contrazione dei numeri tra chi arriva e chi effettivamente resta in Italia: solo 63.456 sono state le richieste di protezione del 2014 e 83.970 quelle del 2015. Sono stati i cittadini con origine nigeriana ad aver presentato il maggior numero di richieste di asilo: 10.040 nel 2014, 18.174 nel 2015.
La richiesta di asilo, alla quale fa seguito la verifica delle condizioni per la sua concessione, non sempre trova risposta positiva. Più della metà delle domande riceve un diniego e di conseguenza l’invito ad allontanarsi dal territorio nazionale se non viene presentato ricorso entro i termini previsti dal provvedimento, cioè trenta giorni. Il restante delle domande, quello con risposta positiva, riceve per una piccola percentuale un permesso per asilo politico, percentuali più ampie un permesso per protezione sussidiaria, ma è il permesso per motivi umanitari la formula di protezione più riconosciuta.  
Oggi, in Italia vivono 118.047 rifugiati, cioè persone alle quali, in nome della Convenzione di Ginevra, è stata concessa una qualche forma di protezione. In totale, in Europa, i rifugiati sono circa 4.400.000, un numero in crescita, ma quasi irrilevante se confrontato con quello di altri continenti. A livello globale, sono Turchia, Pakistan, Libano, Iran ed Etiopia i cinque Paesi al mondo che ospitano il numero maggiore di rifugiati. Guardando una classifica più lunga, entro le prime dieci posizioni non figura alcuno Stato europeo. In Italia la loro incidenza è minima: per ogni mille abitanti, ci sono meno di due rifugiati; nella maggior parte dei casi vivono vite integrate, quasi invisibili: frequentano la scuola ed altri tipi di attività educative e ricreative, vanno al lavoro, si sposano, fanno figli, non hanno nulla a che fare con i titoli allarmisti dei giornali che costruiscono paure ed incitano al rifiuto.3
La tendenza però è a confondere tutto e tutti. “Rifugiato” è una categoria generica, inflazionata, raccoglie profili più disparati, non sempre in modo pertinente, talvolta utilizzata come sinonimo di “profugo”. La questione però non è neppure legata alla scelta delle parole, quanto al riconoscimento o all’incapacità di riconoscimento che dietro o davanti ad essa c’è un’umanità fatta di differenze.
 
Dall’Italia si emigra ancora?
È noto che l’Italia sia passata nel giro di cinquant’anni da paese di emigrazione a paese di immigrazione (leggi i focus Migrazioni ieri e Migrazioni oggi), pur mantenendo seppur minimi flussi emigratori. Negli ultimi anni, però, la tendenza all’espatrio sta riprendendo in modo importante. I dati dell’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE) del Ministero degli Affari Esteri che contiene i dati dei cittadini italiani che risiedono all’estero per un periodo superiore ai dodici mesi mostrano come nelperiodo gennaio-dicembre 2015 siano stati iscritti 189.699 cittadini italiani. 107.529 hanno lasciato il Paese per solo espatrio: hanno quindi lasciato il paese con un progetto migratorio definitivo.4
Oltre un terzo di questi 107.000 ha un’età compresa tra i 18 e i 34 anni.  La destinazione preferenziale nel 2015 è stata la Germania, seguita dal Regno Unito e le regioni dalle quali si è partiti di più sono Lombardia e Veneto, che ha quindi superato la Sicilia, storicamente situata ai posti. In un decennio, dal 2006 al 2016 la mobilità italiana è aumentata del 54,9%: da poco più di 3 milioni di espatriati, iscritti all’AIRE, si è passati ad oltre 4,8 milioni. L’Italia sta riprendendo ad essere un paese di emigranti. Forse, la tensione a spostarsi è proprio una caratterista innata delle persone, e quindi anche degli italiani.

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1. Il fenomeno delle “migrazioni di ritorno” è molto complesso. Per approfondimenti si veda Fondazione Leone Moressa, “I rientri in patria degli immigrati”, Economia dell’immigrazione, n. 7, 2014.
2. Per approfondire, vedi i dati, aggiornati al 1° gennaio 2015 del Ministero dell’Interno relativi alla concessione della cittadinanza italiana.
3. Per approfondimenti si veda Carta di Roma, Notizie di confine. Terzo rapporto, 2015.
4. Per approfondimenti si veda Fondazione Migrantes, Italiani nel mondo 2016, 2016.