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Focus 5d: Frontiere e accordi Se circoscriviamo l’attenzione alle migrazioni verso l’Europa del XXI secolo, troviamo che alcuni Stati sono più protagonisti di altri nella gestione degli spostamenti. In ordine cronologico di apparizione, Spagna, Italia e Grecia sono sicuramente i Paesi europei più interessati perché protesi verso il continente africano e asiatico. Nei primissimi anni di questo secolo, Spagna e Italia sono state i punti di approdo delle rotte dall’Africa subsahariana, in particolare, con partenze dal Marocco verso la Spagna via Senegal, Mauritania e da Libia, Tunisia ed Egitto verso l’Italia. Queste relazioni preferenziali hanno dato vita ad una serie di accordi tra i paesi di partenza e quelli di destinazione, includendo recentemente anche i paesi di transito. Accordi e operazioni qui di seguito nominati sono solo alcuni dei più significativi, ma anche di quelli più noti perché più nominati dagli organi di informazione. 2006: accordo tra Spagna, Marocco e Mauritania che prevedeva l’invio di militari spagnoli nei punti di frontiera, un finanziamento ai campi di raccolta e la sorveglianza del mare che separa le isole Canarie dall’Africa; non da ultimo la costruzione delle barriere di separazione nelle città spagnole di Ceuta e Melilla. Le barriere, che sono costate la vita a migliaia di persone, hanno avuto come esito una diminuzione delle partenze da quei luoghi e lo spostamento della frontiera verso est, aprendo a nuovi punti d’imbarco in Algeria, Tunisia e Libia. 2007: accordo tra Italia e Libia che prevedeva la consegna alla Libia di sei motovedette super veloci con equipaggio misto italo-libico per sorvegliare il Canale di Sicilia, in acque libiche e internazionali con l’obiettivo di rafforzare la lotta contro le organizzazioni criminali dedite al traffico di esseri umani e allo sfruttamento dell’immigrazione clandestina. 2008: trattato di amicizia tra Italia e Libia avente come posta in gioco 5 miliardi di dollari stanziati alla Libia come risarcimento per i danni inflitti durante l’epoca coloniale a fronte di un accesso privilegiato dell’Italia al settore petrolifero e al nuovo programma infrastrutturale e di un impegno a bloccare le barche di immigrati in partenza per la penisola. 2009: l’Italia consegna le motovedette alla Libia e viene varato un programma del valore di 300 milioni di euro per rafforzare la sorveglianza delle frontiere della Libia (unico attuatore Finmeccanica); 150 milioni vengono subito accreditati a Gheddafi come prima tranche del risarcimento per danni coloniali e girati dalla Libia alla Selex (appartenente alla holding Finmeccanica). 2009: inizia la politica dei respingimenti prevista dal “pacchetto sicurezza” (per una sintesi, leggi qui) che avvia le operazioni di push-back, in totale violazione della convenzione di Ginevra relativa allo status dei rifugiati del 1951 (leggi il focus Migrazioni forzate), che prevedevano il trasferimento forzato delle persone nei luoghi di partenza e quindi in Libia. 2012: la Corte Europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per la violazione del divieto di tortura, perché le persone in questione sono state esposte al rischio di subire maltrattamenti in Libia e di essere rimpatriate arbitrariamente nei loro Paesi d’origine (Somalia ed Eritrea, in particolare) senza beneficiare di alcuna forma di protezione; e per aver violato il divieto di espulsioni collettive. La “storica sentenza” sul caso “Hirsi Jamaa e altri contro l’Italia” ha imposto uno stop alla politica dei push-back, vincolando gli stati europei al rispetto dei diritti sui quali dichiarano di fondarsi. Dal 18 ottobre 2013 al 31 ottobre 2014 prende avvio l’operazione “Mare Nostrum” coordinata dalla Marina militare e dall’Aeronautica militare italiane con i compiti di garantire la salvaguardia della vita in mare e assicurare alla giustizia tutti coloro i quali lucrano sul traffico illegale di migranti. Contemporaneamente si sono svolte altre due operazioni, “Hermes” di Frontex con lo scopo di contrastare l’immigrazione irregolare da Tunisia, Libia e Algeria verso le coste italiane; e “Aeneas” sempre di Frontex, nel mar Jonio, per vigilare sulle coste pugliesi e calabresi. Dal 1° novembre 2014 è stata lanciata dall’Italia, con il supporto dell’Unione Europea, l’operazione “Triton” che, diversamente dagli obiettivi di “Mare Nostrum”, mirava a sorvegliare le frontiere marittime esterne dell'Unione Europea e di contrastare l'immigrazione irregolare e le attività dei trafficanti di esseri umani. Nell’ottobre 2014 è stato inaugurato il processo di Khartoum, denominato EU-Hornof Africa MigrationRouteInitiative, Organizzato dall’Unione Africana in collaborazione con il Sudan, l’UNHCR e l’OIM; ha visto coinvolti i paesi generatori di flussi, quindi Sudan, Egitto, Eritrea, Etiopia, Gibuti, Kenya, Sud Sudan e Somalia; i paesi di transito e di arrivo, tra i quali Italia (rappresentata dall’ex vice ministro per gli affari esteri e la cooperazione, oggi vice presidente senior dell’ENI), Libia, Malta, Tunisia, Arabia Saudita, Yemen, Svizzera e Norvegia; l’UE e tutti i suoi stati membri; le istituzioni economiche macroregionali, la Lega degli Stati arabi, l’Interpol, United Nation Office for Drugs and Crime (UNODC). Obiettivo dell’incontro: stabilire relazioni di cooperazione possibile tra gli stati della regione per affrontare e controllare il traffico di esseri umani nel e dal Corno e condividere strategie d’intervento comuni. Nell’aprile 2016, l’Unione Europea, con a capo l’Italia, ha presentato il Migration compact o patto sulle migrazioni, un accordo di cooperazione internazionale finalizzato da un lato a bloccare le partenze attraverso progetti di investimento, titoli finanziari, lotta ai trafficanti, compensazioni di varia natura, evitare lo sballottamento di profughi da un paese europeo all’altro e “riammettere” gli espulsi nei paesi di origine; dall’altro offrire un’alternativa credibile agli arrivi illegali, aprendo a nuovi ingressi legali per motivi di lavoro, cioè integrare in un mercato del lavoro vulnerabile quei pochi migranti altamente qualificati I termini dell’accordo sulle migrazioni sono i seguenti. L’unione Europea si impegna nei confronti dei Paesi terzi su questi settori:
In cambio, i Paesi terzi, si impegnano a
Dalle negoziazioni di Khartoum al Migration Compact viene chiesta più cooperazione tra gli Stati: capacity building, assistenza tecnica, scambio di buone pratiche. Le iniziative non sono nuove, ma ci sono molte domande che non trovano risposta. In primis, come mai l’Unione Europea, insieme alle agenzie internazionali, continua a proteggere e a celebrare quei governi le cui politiche e pratiche li rendono responsabili diretti e generatori di quei fattori che producono le migrazioni e i rifugiati? Le iniziative, come quelle nominate, non sono altro che grandi macchine della tecnocrazia globale, sovrastrutture dai costi elevatissimi. Più che costruire condizioni dignitose perché chi parte non sia più costretto a farlo o possa scegliere di farlo in sicurezza e libertà, questi accordi favoriscono e fossilizzano situazioni già note di autoritarismo, militarismo e insicurezza, rinforzando i presupposti delle migrazioni, senza aver minimamente provato a rimuovere quelle condizioni che hanno spinto con forza questo movimento di umanità contro i fili spinati. Nonostante gli accordi, dal 2008 gli sbarchi hanno conosciuto un vertiginoso aumento. Se si considera solo l’Italia, nel 2008 sono arrivate 36.000 persone, ci sono state 31.723 richieste di protezione internazionale di cui 12.576 sono state positivamente accolte. Pochi anni dopo, nel 2015, sono sbarcate 153.842 (38.612 dall’Eritrea; 21.886 dalla Nigeria; 12.176 dalla Somalia, 8.909 dal Sudan, 8.123 dal Gambia, 7.444 dalla Siria, 5.752 dal Mali, 5.751 dal Senegal 5.039 dal Bangladesh e 4.486 dal Marocco. Sono state fatte 83.970 richieste di asilo e su 66.266 esaminate, 58% hanno ricevuto un diniego (fonte: Ministero dell’Interno). A marzo 2016, considerato l’intensificarsi del traffico di migranti proveniente da est, attraverso Turchia e Grecia, è stato sottoscritto l’accordo tra l’Unione Europea e la Turchia che prevede, in sintesi, il respingimento dei migranti in Turchia; il trasferimento dalla Turchia all’Unione Europea, attraverso canali umanitari, di un numero di cittadini siriani pari a quello che verrà rimandato in Turchia dalle isole greche; la liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi che chiedono di entrare in Europa; degli aiuti economici alla Turchia e infine, ma non da ultimo, l’adesione della Turchia all’Unione europea. Non solo questo accordo si è concluso ed è stato reso effettivo senza il consenso del Parlamento Europeo, senza un parere della Corte di Giustizia, a svantaggio dei valori fondamentali della società europea fondata sulla tutela dei diritti. Esso risulta anche in forte contraddizione con il principio di non respingimento e il divieto di espulsioni collettive (leggi il focus Migrazioni forzate). C’è da ricordare che Turchia e Grecia non sono spazi recenti di rotte verso l’Europa. Il loro essere ponte tra oriente ed occidente ha da sempre rappresentato una meta per le popolazioni asiatiche in cerca di salvezza o di fortuna. Senza andare troppo lontano nel tempo, le due guerre del Golfo, la prima degli anni Novanta, la seconda del decennio successivo, la guerra in Afghanistan dal 2001, il conflitto in Pakistan, i governi autoritari e dittatoriali, la generale instabilità non solo del medio oriente, ma anche del sudest asiatico hanno rappresentato forti fattori di spinta per le popolazioni che, incamminatesi verso ovest, hanno trovato approdo e imbarco nelle terre turche e greche. Ma tornando alla questione di partenza, dov’è andata l’Europa dello spazio libero di circolazione e dell’accoglienza? |