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Focus 4d: Oceania Il popolamento dell’Oceania è forse uno dei capitoli più intriganti della storia. Sicuramente le isole erano popolate fin da 50.000-30.000 anni fa. Il dubbio resta su come uomini e donne provenienti da Samoa abbiano potuto attraversare l’Oceano indiano e raggiungere isole del Pacifico, quali Melanesia (Figi, Isole Salomone, Papua Nuova Guinea, Vanuatu), Polinesia (Samoa, Tonga e Tuvalu), Australia, Nuova Zelanda e Micronesia (Isole Marshall, Kiribati, Nauru, Palau, Stati Federati di Micronesia). Forse attraverso rudimentali imbarcazioni: se l’ipotesi non è azzardata, degli studi sono stati fatti in merito, potrebbero essere considerati i primi boat people della storia. L’attuale assetto delle isole mostra come la più grande sia anche quella con la percentuale più alta di immigrati sulla popolazione residente, circa il 30% dei ventiquattro milioni di abitanti dell’Australia ha origini straniere; sono soprattutto britannici, ma anche neozelandesi, cinesi e indiani, e oltre duecento mila sono anche italiani; nel 2015, in totale sono quasi sette milioni le persone immigrate. La carta mostra i numeri dell’immigrazione italiana in Australia rispetto al totale dalla popolazione immigrata. Clicca sulla carta e scopri le migrazioni in entrata (IN) e in uscita (OUT) dai Paesi dell’Oceania, verificando anche le nazionalità di provenienza degli immigrati e l’intensità quantitativa dei flussi (fonte: iom.int/world-migration). Nel 2015, solo il 2% della popolazione australiana è emigrato all’estero, cioè mezzo milione di persone, in particolare in Gran Bretagna. I neozelandesi si spostano di più rispetto agli australiani, circa ottocento mila, l’80% dei quali è presente in Australia (642.271). L’Australia e sempre più anche la Nuova Zelanda rappresentano terre particolarmente attraenti per i giovani, in particolare europei, i quali attraverso Working Holiday Visa, cioè visti vacanza-lavoro, un prodotto del programma OPUS Lavoro e Studio nato dagli accordi tra le isole e varie nazioni europee, possono accedere a questi paesi. Questo visto, della durata di dodici mesi e rinnovabile, consente di svolgere lavori temporanei nella ristorazione e nel turismo, nei servizi e in agricoltura. L’obiettivo del programma è la promozione della mobilità, la conoscenza del territorio, lo studio della lingua inglese. Nonostante l’Australia sia storicamente un’isola di immigrazione e di accoglienza, in particolare di rifugiati politici, le attuali politiche migratorie sono particolarmente restrittive nei confronti di alcune categorie di migranti. Tra il XVIII secolo e la metà del XX secolo, giunsero oltre sette milioni di europei, seguiti dagli asiatici. Il flusso continuò dopo la seconda guerra mondiale con gli sfollati: tra il 1945 e il 1960 ne arrivarono un milione e seicento mila; negli anni Sessanta un milione e trecentomila; quasi un milione negli anni Settanta; oltre un milione negli anni Ottanta; poco meno di un milione negli anni Novanta e nel primo decennio del XXI secolo. Oggi arrivano lavoratori, giovani studenti e studiosi, avventurieri. L’immigrazione ha contribuito all’incremento demografico dell’isola e al suo sviluppo economico, sociale e culturale. Molti potenziali richiedenti asilo cercano di raggiungere l’Australia irregolarmente e verso questi ultimi l’Immigration Act del 1958 e le sue recenti revisioni prevedono l’espulsione, cioè detenzione e deportazione, nel momento in cui non viene dato lo status di rifugiato. Chi arriva a chiedere asilo all’Australia proviene, in particolare, da Iran, Iraq, Afghanistan e Sri Lanka. Giunge via mare attraverso l’Indonesia e quando intercettato, se non respinto, viene trasferito nei centri per l’immigrazione situati in varie isole dell’oceano. Questi centri, che sono delle prigioni, sono noti per le dure condizione di detenzione e per la violazione dei diritti umani sono situati in mare aperto, lontani dalle coste australiane: quello di Christmas Island, a ovest dell’Australia, ma più vicino geograficamente a Jakarta, quelli a Nauru e a Manus, isola della Papua Nuova Guinea, in via di chiusura. I numeri erano e sono contenuti. Nel 2009, 5.609 persone hanno raggiunto l’Australia con piccole imbarcazioni, nel 2012 gli arrivi erano quintuplicati, arrivando a 25.173. Nonostante ciò, dal 2013, è No Way, cioè “non c’è modo”, il motto dell’Australia nei confronti degli immigrati irregolari. I messaggi sono chiari: “se prendi una barca senza visto, non metterai piede in Australia”, “ogni imbarcazione che tenterà di entrare illegalmente sarà intercettata e respinta dalle nostre acque”, “queste regole valgono per tutti, comprese donne e bambini”; “non importa chi sei o da dove vieni. L’Australia non sarà la tua casa”, “ripensaci prima di buttare i tuoi soldi, i trafficanti mentono”. L’operazione politico-militare si chiama “Sovereign Borders” e lo scopo è quello di respingere o deportare in altri paesi i migranti che viaggiano in modo irregolare. L’effetto di questa militarizzazione si è concretizzato in una riduzione quantitativa dei migranti in arrivo, ma non ha risolto la situazione. La politica e le pratiche del governo australiano sono state criticate dalle agenzie internazionali e dai media in quanto violano le più importante convenzioni sui diritti umani, in particolare quella di Ginevra relativa allo status dei rifugiati e il divieto di respingimento quando sussistono situazioni gravi, come una guerra, per le quali il migrante non può far rientro nel suo paese d’origine. Secondo il primo rapporto del Dipartimento dell’immigrazione e della protezione delle frontiere relativo all’anno 2015-2016, il governo australiano avrebbe riconosciuto 17.555 visti umanitari e per rifugiati. Migliaia sono ancora le persone tenute in condizioni di prigionia e in attesa di qualche decisione da parte delle istituzioni competenti. Australia e Nuova Zelanda si trovano a fronteggiare anche altre questioni migratorie legate al cambiamento climatico e all’innalzamento del livello del mare che sta sommergendo intere isole. Tuvalu, Kiribati e Nauru sono isole che rischiano di essere sommerse e stanno iniziando a produrre migranti ambientali (leggi il focus Migrazioni ambientali). Lo spostamento potrebbe riguardare in un prossimo futuro una popolazione totale di poco più di 122.000 persone, ma i due principali governi interessati dal flusso stanno già discutendo delle modalità di gestione e soprattutto della possibilità di includere l’ambiente tra le cause che possono essere ritenute valide per un eventuale riconoscimento della protezione internazionale.
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