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Focus 4b: Africa

Wole Soyinka, scrittore nigeriano Premio Nobel per la letteratura nel 1986, ci dice che “la storia dell’Africa è la storia della Grande Diaspora – a ovest, a est e a nord”, la storia della deportazione e della schiavitù; quindi una storia di migrazioni forzate (leggi i focus Migrazioni l’altro ieri e Migrazioni forzate).

Con condizioni di partenza, modi e tempi differenti quella diaspora continua ancora oggi, in quello che potrebbe essere definito il periodo postcoloniale. Migrazioni di massa e spostamenti più o meno volontari spinti da una molteplicità di cause tra cui il desiderio di una vita più degna; la ricerca di opportunità di un impiego stabilmente remunerato, la speranza di un futuro più democratico dove i diritti fondamentali siano riconosciuti, dove la corruzione non erode le risorse personali e sociali; la fuga dai conflitti, dalle guerre, dalle persecuzioni politiche, dalle calamità e dai disastri ambientali.

Spesso le considerazioni sulle migrazioni africane, ma non solo, sono basate su stereotipi più che su dati ed informazioni provenienti da ricerche empiriche fondate teoricamente. Le ricerche ci sono, i dati sono disponibili, ma non sempre vengono diffusi o quando lo sono, non vengono presi in considerazione. Senza la pretesa di vendere verità, proveremo ad analizzare alcuni di questi stereotipi proponendo un percorso di lettura di alcuni dati.

Siamo portati a pensare che l’Africa sia un continente fortemente in movimento, soprattutto al suo interno. Senza volerlo smentire, perché l’Africa è un continente che si sposta, c’è da considerare che a partire dagli anni Sessanta del Novecento circa, le migrazioni interne al continente sono diminuite a seguito della formazione ed imposizione di barriere volute dal processo di decolonizzazione, ma anche in relazione alla comparsa di nazionalismi e tensioni tra Stati in particolare legati alla definizione dei confini politico-amministrativi, al tentativo di affermare una sovranità appena acquisita proprio attraverso la marcatura e la difesa dei confini stessi, e all’introduzione dei visti di ingresso e dei permessi per i lavoratori stranieri. Anche gli Stati africani e le loro politiche hanno, quindi, una loro parte nel complesso gioco degli spostamenti migratori: un ruolo spesso trascurato in parte per la difficoltà di reperire informazioni politiche appropriate.

La percezione italiana e forse europea è che anche oggi ci siano milioni di africani pronti ad imbarcarsi dalle coste libiche o egiziane per raggiungere l’Europa, ma i dati ci confermano che non è proprio così. Quantitativamente restano più numerosi gli africani che effettuano spostamenti interni al continente, tra uno stato e l’altro, soprattutto a livello macroregionale. Inoltre, a partire dagli anni Ottanta, si è verificata una accelerazione e diversificazione spaziale – rispetto al periodo coloniale – dell’emigrazione africana verso l’esterno che ha iniziato a puntare verso l’America del Nord, i Paesi del Golfo e l’Asia. Il dirottamento dei flussi migratori in uscita dal continente, specialmente verso continenti altri rispetto all’Europa, è legato in parte anche all’introduzione del sistema di visti e di altre restrizioni da parte dei paesi europei.

Si è poi portati a pensare che sia la povertà, oltre alla violenza e ai conflitti, il primo fattore di spinta delle migrazioni. Sicuramente, una situazione di vulnerabilità economica e di insicurezza lavorativa sono dei motori potenti per chi sceglie di emigrare; ma non è l’estrema povertà a spingere, non ce ne sarebbero le condizioni, perché spostarsi necessita di disponibilità, cioè di denaro e di abilità, competenze che chi è profondamente indigente non riesce a racimolare. Come già sottolineato per altre epoche storiche (leggi il focus Migrazioni ieri), l’incremento delle migrazioni all’esterno del continente è legato all’avvio di un processo di sviluppo con un minimo regime di crescita e di trasformazione sociale che consente l’aumento della capacità e delle aspirazioni a migrare. È ciò che sta caratterizzando molti paesi africani, che seppure dominati da corruzione e governi scarsamente democratici, stanno conoscendo un periodo di sviluppo seppur debole, ma sufficiente per innescare un processo di migrazione: aumento dei livelli di istruzione, diminuzione della mortalità infantile, migliori condizioni socio-sanitarie, diffusione della rete e dei sistemi tecnologici di informazione e comunicazione ai quali non sempre corrisponde una capacità del tessuto politico ed economico di dare risposte in termini di opportunità lavorative, sociali, culturali. Il trend di crescita, anche se debole e per certi aspetti fragile, probabilmente continuerà anche in futuro.

Questa considerazione appare in contraddizione con parole e immagini che dipingono la migrazione africana attraverso flussi massicci di rifugiati, i “migranti dei barconi”, i “disperati” in fuga da povertà e violenza, pronti all’invasione del tanto sperato “El Dorado” europeo. C’è però da prendere in considerazione che chi si muove solitamente è preparato a farlo, economicamente e in parte anche culturalmente: ha avuto la forza di decidere, di fare una scelta e di seguirle, ha avuto determinazione e volontà, oltre che fortuna.

È importante inoltre considerare che le migrazioni africane, siano esse interne o esterne al continente, sono molte e differenziate. Ci sono migrazioni regolari e migrazioni irregolari, migrazioni volontarie e migrazioni forzate. Non tutti i Paesi hanno la stessa vocazione: molti sono Paesi di forte emigrazione, come l’Egitto (con oltre tre milioni di emigranti) e il Marocco (oltre due milioni), altri di immigrazione, come il Sud Africa con oltre tre milioni di immigrati che rappresentano il 6% della popolazione residente o la Costa d’Avorio, con oltre due milioni di cui oltre un milione provenienti dal limitrofo Burkina Faso.

Verso l’esterno del continente, l’area dalla quale si emigra di più è sicuramente il nord Africa e la destinazione preferenziale è l’Europa (90% sul totale dell’emigrazione). Seguono i paesi dell’Africa orientale (41%), dell’Africa centrale (39%), dell’Africa meridionale (28%) e dell’Africa occidentale (24%). Ciò significa che la restante percentuale resta nella macro regione di riferimento o nel continente, contribuendo all’intensità dei flussi interni.

Per chi espatria all’estero, Francia e Gran Bretagna rappresentano le principali destinazioni rivelando gli ancora stretti legami che i paesi africani continuano ad intrattenere con le potenze coloniali.

In generale l’Europa è una meta per circa la metà degli africani che emigrano, specialmente dall’Africa occidentale, e la maggior parte la raggiunge legalmente: cioè si sposta con regolari titoli di viaggio e visti d’ingresso. L’altra metà sceglie gli Stati Uniti, specialmente dal Sud Africa o dalla Nigeria; invece, i paesi del Medio Oriente e del Golfo di lingua araba e alcuni paesi dell’Asia sono la destinazione di chi parte dall’Africa settentrionale ed orientale. In Asia, è sicuramente la Cina ad assorbire buona parte dei flussi provenienti dall’Africa grazie agli scambi commerciali (leggi il focus Asia).

Complessivamente, secondo delle stime elaborate dalla Banca Mondiale, gli immigrati africani nel mondo sono oltre 30 milioni di persone. Questo dato comprende anche le migrazioni internazionali intracontinentali che rappresentano circa il 50% di tutti i migranti africani. Il 30% si trova in Europa, il 10% in Asia, in particolare nel Medio Oriente, il restante 10% nelle Americhe e in altre aree del mondo.

IOM africa

L’Africa è un continente di emigrazione, ma anche di immigrazione.

Secondo i dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni, nel 2015 i migranti sono stati 244 milioni a livello globale. 10% di questi si trovava in Africa: la percentuale include sia gli africani che si sono spostati da un paese ad un altro, ma anche e sempre più migranti che dall’Asia hanno raggiunto l’Africa, cinesi, coreani, bangladesci, pakistani o dall’Europa, in particolare dalla Francia, ma anche dal Portogallo. I cinesi sono oltre un milione, mentre gli europei, in particolare giovani con buoni livelli d’istruzione, sono poco meno di 200 mila. La destinazione per circa due terzi è l’Africa francofona e prevalentemente il Senegal.

A livello globale, quindi, l’Africa non è il continente che produce il maggior numero di migranti.

È invece un’area del mondo con elevati tassi di ospitalità di rifugiati e quella che maggiormente vive le difficoltà degli sfollati interni considerata la vulnerabilità di alcuni paesi interessati. Secondo l’UNHCR, l’Alto Commissariato ONU per i rifugiati, oltre il 26% dei rifugiati del mondo sono ospitati da paesi africani, dell’Africa subsahariana. Il Sud Sudan è emblematico: paese in conflitto, quindi generatore di rifugiati, che ospita rifugiati di paesi limitrofi in conflitto, in particolare da Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia e Repubblica Centrafricana.

Tabella Africa