icona_youtubefacebook

Focus 4c: Asia

Le migrazioni asiatiche sono un fenomeno complesso e diversificato. L’Asia non è differente dalle Americhe, dall’Europa, dall’Africa in termini di formazione multiculturale. L’attuale configurazione sociale, culturale e demografica è il risultato di una storia fatta di spostamenti delle popolazioni: diaspora cinese (dal XIX secolo alla metà del XX secolo e fino ai giorni nostri), espansione islamica (dal 600 d.C al XVIII secolo), colonialismo europeo (dalla metà del XVII secolo alla metà del XX secolo) hanno reso il continente asiatico una realtà variegata a differenza di quanto l’immaginario collettivo possa essere portato a pensare.

Cina, India, Filippine e Vietnam sono i paesi dai quali storicamente gli asiatici si spostano di più, a tal punto da fare diventare l’Asia di oggi il primo continente al mondo per numero di emigranti a livello mondiale. Si stima che negli ultimi sessant’anni, siano partiti oltre 65 milioni di persone. Le più grandi comunità asiatiche all’estero sono stimate in circa 35 milioni di cinesi, oltre 20 milioni di indiani, 10 milioni di filippini, 7 milioni di pakistani, 6 milioni di coreani, 5 milioni di bangladesi.

Precisamente sono il Sud e il Sud Est asiatico le regioni dalle quali si parte di più per raggiungere il Medio Oriente e l’Asia orientale; l’India e la Cina oltre ad essere paesi di origine delle migrazioni sono anche paesi di transito e di destinazione. Tra le mete extracontinentali, gli Stati Uniti o l’Australia sono le principali aree di arrivo, ma anche l’Europa e in particolare l’Italia vedono i flussi asiatici in aumento.

In Europa all’inizio del 2016 sono oltre 6 milioni i residenti cittadini di un Paese dell’Asia, concentrati in Germania, Gran Bretagna e Italia.

 

cinesi nel mondo

La carta mostra l’emigrazione cinese. Circa dieci milioni di cinesi sono emigrati nel mondo. Oltre due milioni risiedono negli Stati Uniti. Clicca sulla carta e scopri le migrazioni in entrata (IN) e in uscita (OUT) dai Paesi dell’Asia, verificando anche le nazionalità di provenienza degli immigrati e l’intensità quantitativa dei flussi (fonte: iom.int/world-migration).

 

In Italia ci sono presenze consistenti e stabili di comunità provenienti da Cina, India, Sri Lanka, Filippine, Bangladesh. La presenza di immigrati asiatici in Italia è aumentata in modo esponenziale. I dati ISTAT al 1° gennaio 2016, ci dicono che su 5.026.153 residenti di origine straniera, 3.931.133 sono persone che provengono da un paese non incluso nell’Unione Europea, e tra le cinque comunità più numerose emergono i cinesi (333.986 persone) e gli indiani (169.394 persone).

Cinesi, indiani, pakistani e originari del Bangladesh sono particolarmente attivi, oltre che nel settore manifatturiero, anche in quello del commercio legato ad iniziative di piccola imprenditoria privata. Ma una buona parte è dedicata ai servizi domestici e al lavoro di cura delle persone.

Specialmente in Italia, la migrazione asiatica si è caratterizzata per

  1. una progressiva femminilizzazione legata ad un aumento della domanda di lavoratrici donne da inserire nel settore dei servizi,
  2. una crescita dei ricongiungimenti familiari che denota una stabilizzazione del progetto migratorio tendente all’insediamento definitivo,
  3. l’emersione di una piccola quota di lavoratori specializzati e altamente qualificati;
  4. e nell’ultimo periodo anche un consistente aumento di migranti forzati, provenienti in modo particolare dalla Siria, e di richiedenti asilo. Tra questi ultimi spiccano i cittadini provenienti dal Pakistan, con 10403 richieste di asilo nel 2015 e dal Bangladesh, con 6.056 richieste.

Storicamente, la storia dei flussi migratori asiatici è molto legata alla domanda e offerta di lavoro, in particolare di manodopera, in settori scarsamente specialistici come edilizia, agricoltura, manifattura, ecc.. Fin dal periodo coloniale, esistevano dei contratti che regolavano la partenza dei lavoratori in particolare temporanei, stagionali. Il reclutamento avveniva ed avviene tutt’oggi, attraverso l’azione intermediatrice di agenzie specializzate che sono note anche per le modalità, poco rispettose dei diritti umani, con le quali trattano con i migranti.

Chi partiva era conosciuto come coolie. I coolie erano lavoratori asiatici, in particolare indiani e cinesi, impiegati, dalla fine dell’Ottocento, nelle piantagioni d’oltre oceano dei Caraibi e delle Americhe dopo l’abolizione della tratta e della schiavitù. La mancanza di schiavi neri portò ad un bisogno di manodopera che venne colmato dall’Impero britannico attraverso le riserve umane asiatiche. La loro situazione era molto vicina a quella degli schiavi, i contratti venivano firmati senza informazioni sulla destinazione, sul tipo di lavoro e sulle condizioni lavorative, sullo stipendio, sulle garanzie di un eventuale ritorno, ecc. Questi migranti, braccianti-operai-manovali, continuano a rappresentare i migranti economici del XX e del XXI secolo reclutati da agenzie specializzate senza alcuna forma di protezione.

In alcuni stati, come le Filippine, è stata intrapresa una dura battaglia contro gli abusi e le violenze inflitte ai lavoratori da questi enti di intermediazione, ma in altri dove sono dilaganti la corruzione e il clientelismo, questa operazione è stata più difficile.

L’emigrazione può essere extracontinentale oppure continentale, ma interessa anche gli spostamenti interni da una regione all’altra dello stesso paese. L’Asia non fa eccezione. Se consideriamo la migrazione all’interno del continente, essa si basa su domanda e offerta di lavoro, solitamente dequalificato, legato ad impieghi nei settori bisognosi di manodopera ed è regolarmente gestita in molti paesi attraverso l’imposizione di quote d’ingresso che prevedono, nella maggior parte dei casi, dei soggiorni temporanei. Questo sistema, generalmente non rispettato, genera sacche di illegalità molto consistenti fatte di persone che permangono nei paesi oltre la durata del permesso con il quale erano entrate o di persone che vengono introdotte irregolarmente superando i posti di lavoro disponibili o persone che raggiungono paesi dove non è necessaria alcuna autorizzazione e le procedure di ingresso sono deboli, scarsamente amministrate e i migranti non ricevono alcuna protezione e tutela in violazione di tutte le convenzioni internazionali.

Alcuni nodi geografici, frontiere o aree del continente asiatico, sono particolarmente interessanti per le dinamiche migratorie del passato e del presente.

Una frontiera interessante è quella tra Pakistan e India. Nel 1947 la spartizione dell’India britannica portò alla nascita di India e Pakistan, il quale all’epoca era diviso in due parti una delle quali è poi divenuta Bangladesh nel 1971. Nonostante l’azione nonviolenta promossa da Ghandi, le zone settentrionale di confine tra India e Pakistan, si trovarono devastate dalle violenze dove le differenze religiose vennero strumentalizzate politicamente per dividere le comunità indu da quelle musulmane. Il massacro di Calcutta dell’agosto 1946 inaugurò un periodo di violenze che culminarono in una vera e propria pulizia etnica, l’intento politico era di dimostrare l’incompatibilità tra indu e mussumani: almeno 15 milioni di persone furono obbligate a spostarsi dando origine ad una migrazione forzata ininterrotta fino al 1955. Le rotte avevano una doppia direzione: indu e sikh si spostavano verso l’India, i musulmani verso il Pakistan; lungo i percorsi entrambe le comunità subirono violenze inaudite: la stima delle vittime è imprecisa, oscilla tra duecento mila e due milioni. La violenza diventò una risorsa politica da impiegare con professionalità, precisione, strategia. Ancora oggi, i segni di quelle migrazioni sono visibili nelle città dell’India settentrionale e del Pakistan che conservano dei quartieri abitati dalle nuove generazioni di profughi sopravvissuti al processo migratorio forzato a cavallo tra gli anni Quaranta e Cinquanta del secolo scorso.

Altro nodo significativo è quello tra Cambogia e Thailandia. Alla fine degli anni Settanta, migliaia di cambogiani si rifugiarono in Thailandia per fuggire dall’oppressione del governo di Phnom Penh. Oggi dalla Cambogia si continua a migrare nella stessa direzione nonostante leforti tensioni tra i due paesi: nel 2014 sono stati 270.000 i migranti cambogiani ad essere espulsi al governo di Bangkok perché “irregolari”.

Nello stesso periodo, migliaia di vietnamiti del sud furono costretti a lasciare la loro terra. Nel 1975 il Sud fu invaso dal Vietnam del Nord che impose un regime comunista, unificò le due metà e trasformò il paese in un grande gulag. In un decennio, quasi un milione di persone fu costretto a partire senza una destinazione precisa e la fuga continuò fino alla fine degli anni Novanta. Queste persone sono conosciute comeboat people, le genti delle barche. Vale la pena ricordare che l’Italia, nel 1979, prese parte ad una missione di salvataggio che portò in Italia quasi un migliaio di profughi vietnamiti.

Un noto esempio è quello che lega Birmania (Myanmar) e Thailandia, con importanti flussi di lavoratori birmani attratti da Bangkok e dalle possibilità lavorative della capitale, un’area tra il mare delle Andamane e il golfo del Bengala dove è in corso, dal 2015, una crisi umanitaria che coinvolge le popolazioni rohingya, originarie del Bangladesh rifugiatisi qualche decennio fa in Birmania; oggi circa dieci mila persone sono in fuga dalle persecuzioni, considerate apolidi e senza diritti dalla stessa Birmania, rifiutate dagli stati limitrofi, fatta eccezione per le Filippine che hanno dimostrato disponibilità ad accoglierle.

Gli esempi potrebbero continuare. Sicuramente l’India meriterebbe una trattazione a sé, considerati gli importanti numeri dell’emigrazione, oltre quindici milioni e mezzo di emigrati, che però nell’ambito della demografia nazionale incidono solo per l’1,17% e la Cina, con i suoi circa dieci milioni di residenti all’estero che hanno iniziato a muoversi massicciamente negli ultimi quarant’anni e che rappresentano oggi lo 0,69% del totale della popolazione.

La Cina è però un esteso paese che si muove: i tassi di migrazione interna sono tra i più alti al mondo. Secondo le statistiche nazionali, circa 269 milioni sono le persone che dalle aree rurali si sono spostate verso le città in cerca di lavoro: sono giovani, con meno di trent’anni, sono alla ricerca di un futuro più degno. Le destinazioni principali sono Shangai e Pechino, ma anche altre città costiere delle province di Guangdong e Zhejiang, nella Cina sudorientale, dove si trovano importanti distretti industriali dell’elettronica, e non solo, orientati all’esportazione.

Infine, ma non da ultimo, l’Asia è il primo continente al mondo per il numero di rifugiati ospitati, oltre sette milioni e mezzo di persone protette dall’UNHCR, l’Alto Commissariato dell’ONU per i rifugiati: tre milioni e mezzo di rifugiati, in prevalenza afghani e birmani, quasi due milioni di profughi interni, un milione mezzo di apolidi (fonte: UNHCR Asia and Pacific). Solo la Giordania, un paese di oltre sei milioni e mezzo di persone, con una popolazione immigrata di poco più di tre milioni, che rappresenta il 41% del totale della popolazione, ospita circa un milione di rifugiati, prevalentemente provenienti dalla Siria (689.053 nel 2015), ma anche palestinesi e della Striscia di Gaza. Anche il Libano ospita un milione di rifugiati i quali rappresentano un quarto del totale della popolazione.