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In principio era un seme; fonte di ogni vita. Il seme rappresenta la diversità, la varietà, l’abbondanza. Il seme raccoglie dentro di sé la storia dell’evoluzione e continuamente immagazzina i cambiamenti del tempo e dello spazio. Il seme ha la capacità di registrare, cioè memorizzare il luogo in cui è nato, le relazioni con le altre forme di vita che lo circondano: umane, animali, vegetali. Il seme è il punto di partenza di una lunga catena che ci nutre, che ci garantisce la sopravvivenza. Per questo, i semi necessitano di attenzione, cura, protezione: sono il patrimonio genetico del nostro pianeta. Ci sono semi di vari tipi: “indigeni o nativi”, “ibridi” e “geneticamente modificati”. Il primo tipo si rigenera da solo attraverso l’impollinazione – attraverso il vento, gli insetti o per mano del contadino – e questi semi possono essere conservati per la semina successiva, non hanno prezzo, ma un valore inestimabile perché oltre a racchiudere dati preziosi sull’ambiente, essi sono l’esito delle conoscenze e del saper fare contadino e da sempre sono stati liberamente scambiabili, perlomeno fino a quando non sono stati introdotti gli altri due tipi di semi. Ibridi e geneticamente modificati sono semi che non si rigenerano da soli: vengono costruiti dall’ingegneria genetica. I contadini devono acquistarli e il loro prezzo aumenta sempre perché sono invenzioni di proprietà delle multinazionali che le hanno brevettate. Sono quindi esclusive: per averle bisogna acquistarle e come tutte le cose originali ed uniche costano molto. Diventando una “proprietà privata”, questi semi non sono più disponibili liberamente: gli agricoltori non hanno più il diritto di conservarli, scambiarli ed utilizzarlo a loro discrezione. Lo scambio dei semi diventa illecito, illegale. Questa storia di sementi controllate da poche aziende è iniziata negli anni Settanta del Novecento. Il massiccio aumento della popolazione in quei decenni, la siccità e le carestie, i fallimenti dei modelli di sviluppo pianificati negli anni Cinquanta hanno posto il mondo di fronte alla necessità di trovare nuove soluzioni ai problemi sociali, in particolare a quello della fame (vedi il paragrafo 1.2 Fame). Si pensò quindi di delegare alle emergenti scienze genetiche e alle biotecnologie l’invenzione di sementi resistenti ai fattori climatici e ai parassiti che riducessero anche l’uso dei pesticidi; produttive cioè che facessero aumentare le rese con un impiego minimo di risorse come l’acqua; replicabili cioè producibili in serie e vendibili al fine di conseguire degli utili. Come si arrivò quindi a queste invenzioni? Per fare un esempio, si iniziò prendendo una varietà di semi indigeni di una stessa pianta e si cominciò a combinarli tra loro in modo da ottenere un nuovo seme che racchiudesse in sé tutte le caratteristiche migliori dei semi originari. Si immagini che ogni seme rappresenti una collanina fatta di tante perline differenti: se si prende una perlina da ogni collanina si può farne una nuova che conterrà le perline migliori. I semi ibridi o geneticamente modificati sono metaforicamente come queste nuove collanine, sono delle innovazioni, cioè “prodotti che forniscono una nuova soluzione a un determinato problema tecnico e per questo possono essere soggetti a brevetto”. Secondo la definizione dell’ufficio italiano brevetti e marchi, il brevetto è un “titolo in forza del quale viene conferito un monopolio temporaneo di sfruttamento sull’oggetto del brevetto stesso, consistente nel diritto esclusivo di realizzarlo, di disporne e di farne un uso commerciale, vietando tali attività ad altri soggetti non autorizzati”. Creando una nuova invenzione e brevettandola, si stabilisce quindi il suo diritto di proprietà intellettuale che appartiene all’inventore in forza di un accordo internazionale sugli aspetti commerciali dei diritti di proprietà intellettuale, conosciuto come TRIPs, promosso dall’organizzazione mondiale del commercio (WTO). Questo accordo definisce gli standard per la tutela della proprietà intellettuale includendo anche le invenzioni sulle nuove forme di vita, come appunto i semi. Grazie a questo accordo, i nuovi semi diventano di proprietà delle multinazionali che ne hanno finanziato l’invenzione, rendendo illegale ogni altro uso di quel seme, cioè lo scambio o l’incrocio fatto dai contadini attraverso tecniche tradizionali. Brevettare una pianta significa quindi imporre il monopolio su di essa: chi volesse utilizzarla dovrebbe chiedere il permesso al suo inventore e pagare. Nella sua definizione, il brevetto dovrebbe però servire a trovare una soluzione ad un problema; quindi, tutte le persone toccate da quel problema dovrebbero trarne dei vantaggi. Nel caso dei brevetti sulle piante o sugli organismi geneticamente modificati i benefici per le persone interessate dal problema, ad esempio la fame o la denutrizione, non sono però così immediatamente visibili. Al contrario, la crisi dell’agricoltura tradizionale e familiare, le difficoltà dei piccoli produttori agricoli a Nord come a Sud del pianeta, il numero delle persone denutrite (vedi il paragrafo 2.2 sui dati della fame nel mondo) ne sono un esempio. Pur avendo introdotto questi nuovi semi dalle alte rese e dai potenziati effetti nutritivi, sono ancora 842 milioni le persone che soffrono di fame cronica . Inoltre, la caratteristica dei semi fabbricati è la riproduzione sempre uguale di una tipologia di sementi che non prevede differenze. Questo causa una diminuzione di diversità biologica, detta anche biodiversità. Destinati all’agricoltura estensiva di tipo industriale e alla monocoltura, questi semi sterili, ripetutamente seminati sullo stesso terreno per un tempo prolungato sono la causa di un indebolimento del suolo e di una conseguente perdita di produttività che genera un necessario ricorso a fertilizzanti chimici, ecc. Un circolo vizioso nel quale molti coltivatori hanno deciso di non voler entrare. Infatti, in tutto il mondo i contadini si sono mobilitati fin dall’introduzione delle sperimentazioni sui semi negli anni Settanta del secolo scorso in difesa dei semi e dei sistemi agro-silvo-pastorali tradizionali, per recuperare storie e geografie locali, insieme ai cibi dimenticati e ai piatti della loro cultura. Alla conservazione della biodiversità sono interessati sia i contadini che le grandi agenzie internazionali e le aziende dell’agrobusiness che hanno però obiettivi, strategie e risorse per agire che si traducono in due approcci differenti. Il primo è quello messo in atto dai contadini attraverso la creazione delle “banche dei semi” o “biblioteche dei semi” aperte allo scambio e al mantenimento della biodiversità attraverso il ciclo della vita: contengono molte varietà di semi; questi possono essere presi in prestito dai contadini, seminati e dopo il raccolto restituiti. Un esempio interessante di questa modalità di conservazione è stata raccontata nel paragrafo 3.4 India: semi e brevetti. Il secondo è quello delle “banche dei semi” o “musei dei semi” in cui i semi sono chiusi sotto chiave, congelati, inaccessibili: non è previsto alcuno scambio. In tutto il mondo sono nate queste banche dei semi, dei forzieri della biodiversità: ce ne sono attualmente circa 1.700. La prima è nata a San Pietroburgo nel 1926; quella a noi più vicina e attiva è la banca dei semi della Lombardia, ma anche Padova è presente una Banca del germoplasma dell’Orto botanico (Università di Padova). In queste banche vengono conservati semi che potrebbero rivelarsi strategici in futuro. La banca mondiale dei semi più importante si trova in Norvegia, Svalbard Global Seed Vault, detta anche “arca delle sementi”: è la più grande cassaforte della biodiversità situata nel mezzo dei ghiacciai a mille chilometri dal Polo Nord, nelle isole Svalbard. Il tesoro che conserva è il più prezioso al mondo: centinaia di migliaia di sementi blindate e conservate a 18 gradi sotto zero, per garantirne la sopravvivenza per migliaia di anni in caso di conflitti e calamità naturali. Questa banca mondiale però, come tutti gli investimenti faraonici, porta con sé non poche contraddizioni e preoccupazioni. I suoi finanziatori sono la Bill & Melinda Gates Foundation; la DuPont/Pioneer Hi-Bred, un gigante dell’agrobusiness e uno dei maggiori controllori di brevetti sui semi OGM al mondo; la Syngenta, la multinazionale svizzera degli OGM e di prodotti agrochimici; la Rockefeller Foundation, l’organizzazione privata che negli anni ‘70 ha dato vita alla rivoluzione genetica; e la CGIAR, la rete internazionale, ideata dai Rockefeller, ufficialmente per costruire “un futuro alimentare sicuro” attraverso la sostituzione dei sistemi agricoli tradizionali con sistemi più efficienti di agricoltura industriale. C’è quindi da riflettere sulla missione di questa grande banca e sulla sua idea di futuro. Alcuni analisti la considerano un “arsenale per una guerra batteriologica” senza precedenti in quanto controllare i semi significa controllare la vita dell’umanità (per approfondire la questione leggi qui). |
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