5.7.3 in carcere |
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L'articolo 34 della Costituzione italiana garantisce a tutte e tutti il diritto all'istruzione; quindi, anche a tutte le persone che sono private delle loro libertà. La prima legge sulle scuole carcerarie risale al 1958 e riguarda esclusivamente le classi elementari, alle quali si sono aggiunte le medie (oggi secondarie di primo grado) negli anni Sessanta e solo con la legge del 1976 c'è stato un allargamento alle classi di scuola superiore (oggi secondaria di secondo grado). La norma però è diventata effettiva solo una decina d'anni dopo quando nella casa di reclusione di Rebibbia (Roma) sono state aperte le prime sezioni con un progetto pilota (leggi Fuori classe: Scuola in rete, la rivista degli studenti ristretti di Rebibbia, dell''IIS " J. Von Neumann"). Secondo i dati più recenti riferiti al 2012, oggi, le sezioni scolastiche di ogni ordine grado sono 155 su un totale di 275 strutture di detenzione. L'ordinamento penitenziario italiano (Legge 354 del 1975) prevede un trattamento di ispirazione pedagogica che si pone come obiettivo la risocializzazione del condannato. Questo trattamento si attualizza attraverso attività culturali e ricreative, formative e lavorative: il primo obiettivo del "trattamento rieducativo" è l'istruzione. La scuola in carcere rappresenta un'occasione per la persona di rivedere il proprio percorso di vita alla luce di una prospettiva futura all'interno del sistema sociale; è tra gli obiettivi della scuola, quindi, la rieducazione alla convivenza civile che rappresenta l'essenza dell'istruzione in carcere. La scuola, infatti, è la prima fonte di emancipazione, volano di riscatto, soprattutto nei confronti dei troppi che, privi di diploma, nel loro vissuto non hanno intercettato opportunità educative (leggi un approfondimento qui). Molte sono le sfide che essa pone. Fare scuola ed essere alunni in carcere, al di là della valenza pedagogica ed educativa, rivela ed amplifica le problematiche del fare scuola in generale: carenza di spazi e di materiali, ridotto accesso alle lezioni dei carcerati, elevati tassi di abbandono, elevata eterogeneità delle classi, ecc. Quasi tutti i docenti carcerari, a scambiarci poche parole - magari davanti al distributore automatico di caffè, durante quella parodia di ricreazione che segna all'incirca la metà dell'orario scolastico -, appaiono stremati, scettici, spesso sarcastici sul loro lavoro, e al tempo stesso stranamente orgogliosi, con punte che sfiorano un idealismo di annata. Sulle loro lamentele di rito e sul nervosismo professionale (causato solo in parte dai troppi bicchierini di pessimo caffè) si potrebbe sorvolare, visto che derivano dalle magagne delle due istituzioni inscatolate l'una nell'altra in cui si trovano a lavorare: scuola+carcere. Figurarsi come i guai si addizionano e potenziano. A chi conosce la scuola perché ci studia, ci insegna o ci ha i figli (cioè buona parte degli italiani) è inutile spiegare quali sono. Siccome del carcere si sa meno, molto meno, passiamo brevemente in rassegna alcuni punti dolenti che rendono il fatto di lavorarci tanto complicato [...] (tratto da Gli otto punti dolenti della scuola in carcere di Edoardo Albinati). Nonostante le criticità, i dati forniti nel 2012 dal Dipartimento per l'amministrazione penitenziaria del Ministero della Giustizia (leggi la rivista Le due città) rivelano i risultati positivi degli sforzi delle attività trattamentali rivolte all'istruzione. Nell'anno scolastico 2010-2011, quasi sedicimila detenuti hanno frequentato le scuole di ogni ordine e grado. Tra questi poco meno di 3.000 hanno frequentato corsi di alfabetizzazione (prevalentemente seguiti da persone di cittadinanza non italiana), 3.800 la scuola primaria, oltre 5.000 la scuola secondaria di primo grado e oltre 4.000 la secondaria di secondo grado. Più esiguo il numero degli iscritti ai corsi universitari (370 nel 2011, di cui 51 di cittadinanza non italiana) (Fonte: Ministero della giustizia, vedi qui). |